Il lessico famigliare si chiama così, appunto perché parlato e compreso nel ristretto ambito famigliare. Si dovrebbe anche avere il buon senso e, talvolta, il buon gusto di non fargli varcare l’uscio di casa pretendendo di condividerlo forzosamente con coloro che “famiglia” non sono.
Il rischio minore è quello di usare delle locuzioni che non vengono comprese dall’ignaro interlocutore estraneo al nucleo famigliare, il rischio più grave, e ahimé, più probabile, è quello di coprirsi di ridicolo.
Quest’ultimo rischio è tanto maggiore tanto più lontano ci è l’interlocutore.
Figuriamoci quindi il vicino di casa al quale stiamo anche un po’ sulle balle.
Fatta questa dotta premessa, cara vicina di casa, se tu di fronte al cancello serrato mi guardi e mi chiedi se ho “l’aprino” io, come minimo, non sono tenuta a capire di cosa stai parlando.
Poi siccome brillo di intelligenza sopraffina ho capito perfettamente, cionondimeno, siccome un po’ sulle balle mi stai (ma ancora per poco), ho preferito puntualizzare con sopracciglio sollevato (il destro, per amor di precisione): “Intendi il telecomando, presumo…”