Category: Cose del passato (Page 1 of 3)

Alpe Veglia

La prima volta che andammo all’Alpe Veglia, e bisogna proprio usare il passato remoto, fu nel lontano 1995. L’estate prima che ci sposassimo. Partimmo un torrido lunedì di luglio da Milano con i nostri zaini in spalla, andammo in treno fino a Varzo e da lì, in autostop fino a San Domenico.

Il passaggio ce lo diede una coppia, più o meno della nostra età, parlando saltò fuori che lei era stata l’anestesista nell’operazione al ginocchio del marito di due anni prima. Sì lo so, coincidenze incredibili.

Da San Domenico ad arrivare fino all’Alpe Veglia è decisamente una bella scarpinata, saranno due ore, forse un po’ di più. Con addosso lo zaino con dentro ricambi e cibarie per cinque giorni e sotto il sole decisamente una faticata, tanto che arrivammo in cima e pensammo di avere le visioni.

Visione.

Dopo l’ultimo pezzo di salita ti si spalanca davanti questo paesaggio meraviglioso, una vallata pianeggiante, circondata da cime altissime e in parte imbiancate, il ruscelletto che scorre in mezzo, gruppi di conifere sparsi qui e là, qualche placida mucca al pascolo. Un senso di pace e di quiete incredibili.

Sembra uno scenario uscito da qualche bellissimo film. Un sogno.

Poi nei giorni successivi ci furono altri panorami bellissimi e altri luoghi magici ma quell’immagine ci rimase impressa, stampata nella memoria. Ad entrambi.

Lo scorso anno provammo a risalire con degli amici, a metà strada però ci siamo arresi, faceva molto caldo, bimbi troppo piccoli, partenza dal posto sbagliato e quindi strada troppo lunga, insomma, non ci arrivammo.

Quest’anno ci abbiamo riprovato, siamo partiti dal punto giusto (il parcheggio più vicino), siamo saliti piano piano, con pause ad ogni ruscelletto, abbiamo incoraggiato in ogni modo la PBF, siamo arrivati, ci siamo fermati in rifugio, abbiamo mangiato, abbiamo giocato con l’acqua, abbiamo scoperto una bellissima cascata, abbiamo fatto foto di insetti, e poi siamo ridiscesi con grande fatica perché, giustamente, gli scarponi da montagna sono rimasti nella casa in pianura (logico no?) però abbiamo ritrovato esattamente l’immagine che ci era rimasta impressa.

We learned more from a three minute record, baby…

Ieri ho accompagnato la figlia grande a prendere l’autobus, insieme al resto della squadra di nuoto sta per cinque giorni al mare a fare allenamento/vacanza.

Mentre la salutavo le ho fatto il gesto di telefonare, quello tipo dito dentro la rotella dei telefoni anni ’70. Quando ho visto lo sguardo perplessissimo della figlia, ho immediatamente convertito la mimica al classico gesto della telefonata, il gesto “pollice e mignolo” vicino all’orecchio.

Ha annuito con sguardo di una che ha capito. Tonta io, manco l’ha mai visto un telefono con la rotella…

Tempo fa girava in rete un’immagine di una matita e di una musicassetta con una scritta tipo “associazioni che i nostri figli non possono capire”.

No, non lo capiranno il momento di sconforto di quando il nastro si srotolava dalla musicassetta e bisognava riarrotolarcelo dentro, facendo roteare la cassetta sulla matita se era una cassetta di poco valore oppure sudando freddo e con mille cautele, invocando gli dei della plastica nella speranza che il nastro non  fosse irrimediabilmente rovinato nel caso di cassette particolarmente “preziose”. Una volta mi è capitato con una duplicazione alla non so quale potenza di un bootleg, momenti di autentico panico…

Nelle musicassette non c’erano i testi delle canzoni, ricordo ore di ascolto e rewind per cercare di estrapolare le parole dei testi. Tiravo fuori le parole, andavo da mia mamma a chiedere se la frase ricostruita avesse un senso e anche mia mamma con il suo inglese accademico a là Jane Austin mica c’azzeccava molto con l’accento stretto del New Jersey. Fino a quando, dopo l’uscita e il successone di “Born in the USA” andai alle Messaggerie Musicali e trovai il libro dei testi. Wow.

Per ricominciare, libro alla mano ad associare testo, musica e pronuncia.  Tutta roba che oggi si risolve con goo*gle e un click.

Parlando col marito, che ha qualche anno più di me, è una trafila che abbiamo condiviso, con altri cantanti e con altre musiche. Per quanto ci riguarda possiamo dire che per la lingua inglese vale

We learned more from a three minute record, baby, than we ever learned in school.

30 giugno 2003

Questo weblog è nato quel giorno. Due giorni dopo il concerto di Bruce Springsteen del 28 giugno 2003 a Milano, Stadio Meazza al quale andammo, il marito e io, dopo aver parcheggiato la figlia grande, che all’epoca aveva 2 anni, dai miei in montagna. Scappando alla chetichella durante la nanna post-prandiale del sabato e correndo a Milano a occupare i nostri posticini al primo anello.

A me sarebbe tanto piaciuto andare sul prato ma il marito, che è molto più assennato di me, preferì stare lì che “si vede meglio”. A posteriori, visto il diluvio che si scatenò durante il concerto no fu poi tanto male stare sul primo anello. Al coperto…

Però, porca l’oca, il fascino del prato…

Il 30 giugno 2003 scrissi questa cosa

Non c’ero…io a San Siro nel 1985 non c’ero. Avevo già il biglietto in mano, avevo già il passaggio per lo stadio, ero già d’accordo con gli amici. Poi fu il NO, assoluto, perentorio, indiscutibile NO, secco. Era l’anno del Heysel, era l’anno di Sheffield, era l’anno di tutte le tragedie possibili negli stadi. E non c’è stato verso di implorare che un concerto rock non è una partita di calcio, era la parola STADIO che non andava bene. Giurai che non avrei mai perdonato, avevo 16 anni. Non parlai con mia madre per due settimane, ripensandoci fu una cosa pure buffa. L’intransigenza dell’adolescenza.

Ecco, stamattina mi sono sentita di dover telefonare a mia madre per dirle che ieri sera Springsteen ha espressamente citato il concerto del 1985. Quello al quale IO non c’ero. Le ho detto che potrei decidere di non parlarle per altre due settimane, così, in nome dei vecchi tempi…

antiche ricette [2]

libroricette1.JPG

Il vecchio libro di ricette si sta rivelando una lettura molto interessante. All’epoca immagino che il libro fosse abbastanza diffuso, una sorta di must delle brave donne di casa del ceto medio alto (la pro-prozia stava parecchio bene), gugl racconta di regolari riedizioni fino al 1938, quello che mi ha passato la TG è un’edizione “anniversario”, (Jubiläumsausgabe) probabilmente del 1915, ne esiste anche una del 1929. Su ebay se ne trovano delle copie in vendita, dando un’occhiata ho la certezza che non ci arricchiremmo se dovessimo venderlo, per contro noto con piacere che a confronto con altre la nostra copia è molto ben tenuta.

La data di pubblicazione non è indicata ma in prima pagina sono scritti a inchiostro (già me la immagino la penna d’oca…) il nome e la data di matrimonio della pro-proava, 25 III 1915, un regalo di matrimonio.

La proproava viveva in un’area della Germania (e già non mi ricordo il nome del posto, me lo devo far ridire…) miracolosamente esentata dai bombardamenti, da qualche parte ho anche una cartolina della villa in cui la poverella abitava. Alla sua morte (1945) tra gli eredi c’era la madre di mia nonna che era già anziana per cui mandò la figlia a vedere cosa si poteva rimediare dallo smantellamento della casa, può sembrare una cosa gretta ma all’epoca mia nonna, sua mamma, e sua figlia (mia mamma) vivevano in un allegro gineceo scampato a due giri di bombardamenti e quindi coi vestiti che avevano indosso e poco altro, tra le cose che mia nonna ritenne indispensabili ci fu il libro di ricette (mia nonna adorava cucinare).

Che poi non so cosa passi nella testa di una persona che sta trascinando sé stessa, sua madre e sua figlia (7 anni) fuori dalla finestrella di una cantina sotto un cumulo di macerie. In cantina venivano stoccati i bauli con le cose ritenute indispensabili in caso di bombardamento, tipo la biancheria, tovaglie e lenzuola. Per quale letto poi? Finito il bombardamento si cercavano fra le macerie eventuali oggetti sopravvissuti. Ho delle cartoline degli anni 20 indirizzate a mia nonna che hanno dei segni di schiacciamento da pietre. Razionalmente uno dice chettifrega di tirar fuori dal disastro delle vecchie cartoline quando non hai nient’altro ma immagino anche la voglia di restare aggrappati ad un passato che mai come in quel momento ti sembra davvero passato.

Per cui le cartoline sono sopravvissute al bombardamento, ad un paio di traslochi del dopoguerra, alla tentazione di mia mamma di eliminare tutto in una sorta di rimozione, immagino che mia mamma vista l’età abbia appunto pensato “chettifrega di ‘ste vecchie cartacce” visto che sotto le macerie, tra l’altro ci era rimasto il suo orsacchiotto (e anche quella dell’orsacchiotto prima o poi la racconterò) e sono giunte a me, che adoro le vecchie cartoline. Ce ne sono alcune davvero belle, primi anni ’20, quella con i segni delle pietre è una cartolina indirizzata alla nonna che raffigura una nave, la Bremen, datata 1932, scritta a bordo della nave, “prima di abbandonare la mia amata Germania non voglio dimenticare di inviarti carissimi saluti”, firma maschile. Chissà chi era, chissà chi era per mia nonna che era una fanciulla di bell’aspetto, buona famiglia e con nugoli di ammiratori. Chissà che ci andava a fare a New York, chissà se è mai tornato.

Ed è con presente i passaggi dalla vita spensierata della ragazzina di buona famiglia ai sassi sulle cartoline che lo sto leggendo ‘sto libro che poi mia nonna ha usato spesso, spessissimo, ci sono annotazioni in matita, foglietti inseriti, i segni dell’uso insomma. Le indicazioni sulla conservazione dei cibi in epoca pre-frigorifero, indicazioni sull’economia domestica, sulla tenuta degli attrezzi di cucina e sulla piegatura dei tovaglioli. Tovaglioli. Un paio d’anni fa ho letteralmente intercettato mia mamma con un sacchetto destinato alla caritas, dentro c’erano delle tovaglie, bianche, bellissime, siglate, credo arrivassero pure loro dalla proproava. Tovaglie di inizio secolo (scorso) e questa le va a dare alla caritas??? Ma non scherziamo.
Qui c’ho da salvare il passato di famiglia dalla furia catartica di mia madre, robe da pazzi.

Augsburg – Jakoberstrasse nel 1944 (foto) Jakoberstrasse nel dopoguerra (cartolina)

di animali domestici…

G. aveva due animali domestici. Domestici si fa per dire perché scorrazzavano liberamente nell’ampio giardino della casa dei genitori di G. e talvolta anche nei prati circostanti.

Uno era un gatto. L’unico gatto che io abbia mai visto dormire a pancia in su con una zampa ripiegata sotto la testa. G. sosteneva che l’avesse imparato da lei, osservandola pisolare sul letto nel caldo delle giornate estive. Com’è come non è, questo gatto dormiva in posizioni “umane”. E dormiva a lungo, a volte 20 ore al giorno. Uno dei gatti più pigri del mondo.

L’altro animale domestico era una papera, bella bianca. Anzi un papero. Anzi no.
Ci sono state fior di discussioni fra amici per stabilire se Gregorio fosse un’anatra o un’oca (era un’anatra) e alla fine di decise di tagliare la testa al toro, Gregorio era un papero. Punto.

Gregorio, vinto ancora pulcino ad una sagra di paese e cresciuto da G. e da sua sorella con amore, notti insonni e tante coccole, viveva in giardino, nuotava nella fontana del giardino, squaquazzava all’avvicinarsi di estranei e per contro si faceva prendere in braccio e appoggiava il lungo collo sulla spalla di G. per farsi coccolare. Un papero da guardia ma anche da compagnia.

Poi un giorno, nella casina di Gregorio furono trovare 17 uova. Divenne Gregoria, ma siccome Gregoria fa schifo fu chiamata Greg e basta.

Ci fu un periodo in cui Greg sembrava intristita e G. si ingegnò per trovarle compagnia. La portò nel fontanile del paesotto ma le altre anatre erano del tipo comune, non bianche insomma e non vi fu intesa. Su rassicurazione di un conoscente la portò nella fattoria dei nonni di questo. Greg scappò spaventatissima di fronte ad un enorme tacchino americano. Il conoscente si era confuso fra anatre e tacchini.

Tornata a casa Greg per giorni si rifiutò di uscire dalla sua casina. Greg e il gatto andavano discretamente d’accordo. Giocavano insieme nei rari momenti in cui il gatto non dormiva.

Da nonna abelarda al 21

Nella noioserrima attività  di chiusura dei commenti e dei trackback capita di rileggere delle entry di qualche mese fa e poi ci si ricorda che c’è dell’altro…

Perché nel repertorio di insegnanti sballati dell’ITC che questa weblog ha frequentato c’era dell’altro oltre al pistola. Cielo, diciamo che lui era un po’ il dado dell’assurdità che serpeggiava in sala professori ma anche altri si difendevano benino.

La prof di matematica della prima superiore era anziana, anzi no, era proprio vecchia. E non è che pareva vecchia a noi perché eravamo delle quattordicenni stupidotte, nono, era proprio vecchia e basta. Che non si capisce come mai non fosse in pensione da decenni. Bassottella, cicciottina, capelli bianchi con lo chignon (si scrive così) e gli occhialetti a mezz’asta sul naso. Fisicamente sembrava un po’ la versione grassottella di Nonna Abelarda: sembrava la classica nonnina che tutti immaginano sulla sedia a dondolo davanti a un caminetto a fare all’uncinetto.

Peccato che questa invece si ostinasse a insegnare. Peccato che fosse anche completamente rincoglionita. Davvero eh, perdeva i compiti in classe, dimenticava i libri sulla metropolitana, si dimenticava le aule, sbagliava gli orari, te la vedevi spuntare in mezzo a tutt’altra lezione, spiegava da schifo perché perdeva i pezzi di spiegazione, cancellava la lavagna con gli occhiali e si metteva il cancellino sul naso (giuro, visto fare più di una volta).

Tutto molto divertente, sì, peccato che poi facesse correggere i compiti in classe (quelli che non perdeva) al figlio che distribuiva dei gran quattro a pioggia.

Spiegazioni nulle, lezioni ridicole ma voti devastanti. E’ ancora divertente? Insomma a metà  della seconda si riuscì in qualche modo a farla sparire, credo che dopo una specie di sit-in da parte dei genitori nostri e degli studenti dell’ultimo anno fu invitata a prendersi un’aspettativa in attesa della pensione.

Finii la seconda con una girandola di supplenti, continuando ovviamente a non avere idea sulla differenza tra un polinomio e un carciofo.

In terza superiore, ad anno scolastico già  avviato arrivò il “supplente annuale”, non ricordo il nome del tipo, ricordo solo che siccome nel programma, tra le altre voci, c’erano “cenni di calcolo combinatorio” passammo il resto dell’anno tra combinazioni e permutazioni.
Mica niente di complesso eh, già  è dura entrare nel complesso con della gente che aveva delle basi brillanti come le nostre e poi il tipo non è che ne avesse nemmeno gran voglia…

In quarta superiore arrivò l’insegnante “di ruolo”. Alla prima lezione ci fece qualche domanda per capire “cosa avevamo fatto” negli anni precedenti. Si mise le mani nei capelli, passò il resto della lezione in uno stato tra l’atterrito, il convulsivo e la catalessi e poi per dei mesi tentò di infilare nelle nostre ottuse testoline “almeno le basi di ciò che avremmo dovuto aver fatto nei tre anni precedenti”. La adoravo. Chiara, senza fronzoli, ironica quanto basta e pungente il giusto e tutto sommato abbastanza tranquilla “che tanto matematica alla maturità non esce mai”. In quinta continuò il doppio lavoro, programma di quinta più pezze dei programmi degli anni prima, ma con calma, che tanto matematica non può uscire, mai successo, impossibile, non si ricorda a memoria d’uomo che sia mai uscita matematica.

Uscì matematica. Ovvio.

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geografia

Fin da piccola mi piaceva tantissimo leggere ma una delle cose che mi piaceva di più era sfogliare l’atlante.

Un Natale i miei mi regalarono il “Nuovissimo atlante della scuola media”, a parte che ero ancora alle elementari era uno di quei libri che passavo ore a sfogliare.

Mi piaceva un sacco guardare le cartine, sia le fisiche sia le politiche, leggere i nomi dei luoghi, cercare sulla legenda i significati dei simboli, confrontare le dimensioni dei paesi. Copiare le cartine con la carta trasparente e colorarle. Davvero, passavo delle ore con l’atlante in mano. Sui quaderni delle elementari disegnavo delle cartine bellissime.

Tutto ciò per dire che?

Boh, niente.

Ah sì, quando gioco a Trivial il “formaggino” azzurro è l’unico che prendo sicuro sicuro.

mi è uscito un ricordo…

Premessa: questo è un episodio di vita vera. Per rispetto per le future carriere dei personaggi protagonisti consapevoli o inconsapevoli dell’episodio non si nomineranno luoghi e non si faranno nomi. (Non è vero, un nome lo si farà.)

Correva l’anno 1987. Primo anno di università.

Il professore di Economia Politica I era un mito. Molto autorevole e anche un po’ autoritario. Bravissimo a spiegare, precisissimo a disegnare grafici e assolutamente generoso di ironia nei confronti della materia e degli studenti.

Aveva delle idee un tantino eccentriche su alcune questioni di pura didattica, faceva domande a coloro che indossavano maglioni di colori sgargianti, a coloro che erano seduti oltre la terza fila, una delle sue teorie era sulla proporzionalità inversa tra distanza dal docente e “concetti capiti”. Bastava adeguarsi.
Una delle sue richieste era il silenzio in aula “che tendo a perdere il filo e se lo perdo mi arrabbio”.

Sembrava Garfield, quando rideva gli “andavano via gli occhi”. Lezioni gettonatissime, ho già detto che era bravissimo? Era bravissimo. Uno dei migliori docenti che io abbia avuto.

In prima fila era sempre seduto Pasquale. Pasquale era studente fuori sede, meridionale, nell’ansia più totale ché non voleva perdere una parola. Pasquale arrivava in aula con larghissimo anticipo per non perdersi il suo posto in prima fila, non salutava nessuno, era timidissimo, si sedeva, appoggiava la valigetta, estraeva il quadernone e poco prima dell’inizio della lezione estraeva dalla valigetta un registratore. Appena il professore entrava lo accendeva con fare compunto, ne verificava l’accensione e lo appoggiava davanti a sè, impugnava la biro, metteva su la faccia concentrata e Pasquale era pronto. Poteva piovergli addosso pure tutta la spiegazione matematica della IS-LM, lui era pronto.

Un giorno Pasquale, dopo il rituale di ingresso, appoggio della valigetta ed estrazione del quaderno si allontanò, presumibilmente per andare in bagno e un gruppo di buontemponi gli nascose la valigetta.
L’aula aveva ancora le lavagne di ardesia saliscendi, quelle che ne sale una e scende l’altra. Inutilizzate perché ormai tutti usavano il proiettore ma erano ancora lì. Appoggiarono la valigetta di Pasquale dietro la lavagna e abbassarono la lavagna “davanti” in modo che la valigetta fosse nascosta.

Pasquale rientrò e si sedette pochi secondi prima dell’ingresso del professore. All’arrivo del professore Pasquale iniziò a guardare sotto il banco, sotto la panca e intorno a sè sollevando giacche e cappotti in una visibilissima ansia crescente.
Il professore, una volta entrato in aula aveva un suo rituale, estraeva delle matite apposite per proiettori (sì erano matite, di quelle che si autotemperano), le appoggiava in bell’ordine e intanto, da sotto i baffi e gli occhialetti, osservava l’aula, come se ne volesse misurare la temperatura. Notò immediatamente i movimenti scomposti in prima fila, difficile non vederli, Pasquale era sì e no a tre metri da lui.

Sornione, era un professore sornione. Impugnò il microfono: “Possiamo cominciare?”. Risolini soffusi in aula.
Pasquale nel panico. Sudore sulla fronte. Pasquale con passo rapido si avvicinò al professore e se ne uscì con un “Mi sh-cusi professò!” strappandogli il microfono di mano. Avvicinò il microfono alla bocca e esclamò un improbabile “Uscitemi subito la valigetta!!!”.
Silenzio in aula (e và che un aula da 200 posti gremita di studenti di primanno in silenzio totale fa un po’ impressione).
Poi Pasquale si rese conto di quello che aveva fatto. Riconsegnò perentorio ma a sguardo basso il microfono al professore e tornò al suo posto.

Momento di immobilità.

Il professore restò un secondo col microfono in mano, alzò lo sguardo sull’aula, appoggiò il microfono e senza esitazioni si avvicinò alla lavagna. La sollevò e indicò a Pasquale la sua valigetta. Pasquale si alzò, la prese, o meglio, l’abbracciò e si sedette al suo posto.

Il professore tornò al proiettore, prese il microfono e disse: “Certi scherzi sono vecchi almeno come i muri di quest’edificio.” Poi si rivolse a Pasquale: “E lei come si chiama?”

Pasquale rispose a voce bassa.

“Bene Pasquale, è pronto? Possiamo cominciare?”

Abbiamo passato i successivi 4/5 anni a usare in modo improprio ma con tono affettuoso il verbo “uscire”…
Abbiamo passato e passeremo il resto dei nostri anni a pensare in modo ancora intimorito ma affettuoso ad un professore…

Il pistola [2]

C’è un seguito…mica finita.

Perché il pistola, oltre ad avere una discreta fetta di classe che lo considerava appunto un pistola aveva anche alcune estimatrici. Eggià, perché ovviamente essendo infinitamente borioso e con un ego grande come il duomo di Milano il pistola era sensibile alle lusinghe. Per cui l’alunna donzella che con aria un po’ oca gli chiedeva “Scusi prof, potrebbe rispiegare questo passaggio che non ho capito bene?” a lui gli provocava una specie di autocompiacimento orgasmico, si gonfiava tutto e rispiegava per mezz’ora. E intanto il tempo passava e l’interrogazione prevista per il “prima spiego e poi interrogo” si perdeva nei meandri del suo noioso flatulare. Obiettivo raggiunto. Ma il pistola di questo mica si accorgeva.

Vabbé comunque una delle donzelle sue estimatrici ad un certo punto a inizio anno scolastico, così di punto in bianco chiede all’essere immondo se vuole essere il nostro “membro interno alla maturità”. Da svenire. A momenti la uccidevo.

Ovviamente il borioso pistola cosa fa? Accetta! Tutto compiaciuto e con sorrisone finto-modesto-beato. Da vomito.

Quindi io passai il resto della quinta continuando ad ignorare ostentatamente il soggetto ma anche con un po’ di strizza che non è bello sapere che si farà un esame, per quanto ridicolo possa essere, con seduto a fianco uno che se ti va bene non ti rema contro.

E infatti andò male. Ad un certo punto dell’interrogazione, che stava appunto procedendo bene il pistola mi guarda e tutto sornione mi fa: “V. mi sorprendi!” che è esattamente il genere di uscita finalizzato a porre l’esaminando nella miglior luce possibile di fronte a degli estranei e bla bla bla. D’altronde se uno è pistola…

Ma esiste una giustizia divina. E colpisce con mira perfetta.

La donzella sua estimatrice, che ovviamente come prima materia portò italiano, crollò miseramente sulla foscoliana analogia sera-quiete-morte che a lei era ovviamente completamente sfuggita. Fiumi di parole sui colori del crepuscolo e sull’abbiocco serale ma la morte no, a quella non ci aveva pensato. Povera gioia, d’altronde era la cocchina di un insegnante pistola…

insegnanti e insegnanti

Una legge un post come il suo e siccome è uscita da una scuola mica tanto diversa da quella dove lei insegna adesso torna indietro nel tempo e le vengono in mente delle cose.

In quarta superiore avevo un prof di italiano che in teoria avrei dovuto avere anche in terza ma l’anno della mia terza era a fare il missionario in qualche landa sperduta in Sudamerica.

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