Category: Cose di famiglia (Page 1 of 17)

Eh ma allora?

Allora? Questo blog non lo aggiorni più?

Uhm…non è del tutto vero. Periodicamente faccio tutti gli aggiornamenti del software, plugin, wordpress, themes. Tutto all’ultima versione…

Dovevi raccontarci della ristrutturazione e invece non ci dici niente…

Vero. Posso dire che è cominciata e anche in modo piuttosto buffo. No dai, domani scrivo qualcosa. Prometto…

E la casa tempoanea? Non dici nulla nemmeno della casa temporanea???

Eh, per dire qualcosa dovrei scongelarmi. La casa temporanea è coibentata più o meno come un container di latta e ci sta costando un patrimonio di gpl (sì, qui scaldiamo col gpl). L’aspetto positivo è che per la ristrutturazione ci stiamo facendo una cultura sulla coibentazione, i coefficienti termici, i ponti termici, i materiali e gli impianti di riscaldamento in genere. Che tutto ‘sto freddo non lo vogliamo più avere.

E poi? Basta? Altre novità?

Uhm…dunque, fammi pensare…le figlie tutto bene. Il marito tutto bene…Ah sì, l’abbiamo già detto che la famiglia si allarga? Che tra un po’ saremo in cinque? Ah non l’avevo detto?

Cinque??? Mai sei incinta??? Ma-sei-matta??? Alla tua età??? Ma voluto o capitato???

Ma nooooo. Ma cosa hai capito??? (Ma poi che domande sono???) Ai primi di marzo arriva una nuova inquilina. A quattrozampe. Devo ancora inventare un acronimo idoneo, così per ora si chiama la mini-cana (per poco, che poi diventerà una maxi-cana).

Piccoli cittadini schedati

Un venerdì di un paio di settimane fa dallo scuolabus scende una PBF in lacrime. Lacrimoni. Aiutata dall’autista dello scuolabus piuttosto fuori di sè.

Piano piano scopro l’arcano, c’è stato uno scambio di opinioni violento fra lei ed un altro bambino più grande che ha reagito usando le mani.

E’ pur vero che chi usa le mani ha torto a prescindere ma, considerando che anche la PBF proprio un angioletto non è e considerando che alla fine nessuno si è fatto male, la cosa è perfettamente collocabile nella normale dialettica fra bambini.

Chiarito l’episodio, chieste le scuse, presi gli impegni per il futuro sanciti da una solenne stretta di mano e con i rispettivi genitori come testimoni l’incidente si è chiuso (e ora i rapporti sono anche buoni).

Ciononostante il lunedì successivo ho accompagnato la PBF a scuola in macchina. Parcheggio il veicolo, ci avviciniamo alla scuola e l’agente della polizia locale che regola il traffico davanti a scuola mi saluta cordialmente: “Ah, ha preferito accompagnarla lei a scuola oggi…”

Oddio, pochi mesi che abbiamo la residenza e già ci facciamo conoscere…

Io (un po’ sorpresa): “Eh, sì. Oggi facciamo così ma da domani si riprende lo scuolabus, abbiamo avuto una piccola lite ma ora è tutto chiarito…”

“Eh, sì, ho saputo che c’è stato qualche contrasto, me l’ha detto il sindaco”

IL SINDACO???

E lì ho mugolato qualche frase di circostanza rassicurando che tutto si è chiarito per il meglio ecc ecc, nel frattempo valutavo seriamente se sollevare lo strato di asfalto e sotterrarmici sotto.

Il marito invece era entusiasta, dice che trova tutto ciò molto rassicurante…

Notizie dai margini del bosco.

1. Al contrario dello scorso anno, quando il cinipede galligeno ha fatto strage di castagni, quest’anno le castagne ci sono, non moltissime ma buone. Non si è ancora capito se i lanci di Torymus sinensis qui in zona sono una leggenda metropolitana o se sono accaduti davvero o se il cinipede si è arrostito col caldo estivo (dopo essersi congelato in febbraio). Whatever, quest’anno ci sono le caldarroste.

2. Il tormentone dell’estate “Vabbé, tanto questa cucina deve durare solo un anno” si è trasformato in “Oddio, speriamo che ce la faccia a durare un anno”. Il piano di lavoro soffre l’acqua, in corrispondenza del lavello non è sigillato e da “piano” sta diventando un paesaggio collinare. Uno sfacelo.

3. Andare a scuola con lo scuolabus, a detta delle figlie, è una figata. Sempre che lo scuolabus non si scordi i pezzi a scuola, per ora siamo pari, ad entambe le figlie, per motivi diversi, è capitato di non riuscire a salire sullo scuolabus al ritorno. 1-1 e palla al centro.

4. Il grembiulino. Qui a scuola usa il grembiulino. Io ho sentimenti molto contrastanti e sono ancora in elaborazione di un’opinione definitiva. Presumibilmente non arriverà mai. Per ora ne abbiamo distrutto uno dopo 5 giorni di scuola. Non sarebbe nemmeno tanto grave se non fosse che questi aggeggi sono in vendita a tonnellate prima dell’inizio della scuola, dopodiché spariscono. Introvabili, inghiottiti nel nulla. Ora ne abbiamo uno e speriamo che duri fino a fine anno. (HAHAHAHA)

5. Il diario. Qui lo passa la scuola, me l’avessero detto prima avrei evitato di 1. spendere soldi per i due diari 2. perdere tempo per assistere la difficile e sofferta scelta del diaro da parte della figlia grande. Viva la preadolescenza, non vedo l’ora di vedere il resto. (HAHAHAHA [2])

6. A parte aver acceso il riscaldamento il 23 settembre (per spegnerlo pochi giorni dopo) il meteo ci sta regalando giornate stupende, una dopo l’altra. Passeggiamo nei boschi, camminiamo su e giù per  colline, ci stupiamo di panorami e ci godiamo i ritmi locali.

Insomma, stiamo bene.

Circolare famigliare 0001/2012

DA: QUARTGENFAMIGLIA - COMANDO SUPPORTO LOGISTICO
A: TUTTI I MEMBRI DEL NUCLEO FAMIGLIARE

CIRCOLARE FAMIGLIARE N. 0001/2012

SI COMUNICA CHE LE OPERAZIONI DI STIRATURA HANNO LUOGO 
ESCLUSIVAMENTE NEI GIORNI FESTIVI E PREFESTIVI.

QUALSIASI RICHIESTA DI ABBIGLIAMENTO DIVERSO DA QUELLO 
REGOLARMENTE PRESENTE NEGLI APPOSITI ARMADI 
NON POTRÀ ESSERE EVASA NELLE GIORNATE FERIALI.

PREGASI EVITARE INSISTENZE.

FIRMATO

CINCSUL
COMANDANTE IN CAPO SUPPORTO LOGISTICO

Alpe Veglia

La prima volta che andammo all’Alpe Veglia, e bisogna proprio usare il passato remoto, fu nel lontano 1995. L’estate prima che ci sposassimo. Partimmo un torrido lunedì di luglio da Milano con i nostri zaini in spalla, andammo in treno fino a Varzo e da lì, in autostop fino a San Domenico.

Il passaggio ce lo diede una coppia, più o meno della nostra età, parlando saltò fuori che lei era stata l’anestesista nell’operazione al ginocchio del marito di due anni prima. Sì lo so, coincidenze incredibili.

Da San Domenico ad arrivare fino all’Alpe Veglia è decisamente una bella scarpinata, saranno due ore, forse un po’ di più. Con addosso lo zaino con dentro ricambi e cibarie per cinque giorni e sotto il sole decisamente una faticata, tanto che arrivammo in cima e pensammo di avere le visioni.

Visione.

Dopo l’ultimo pezzo di salita ti si spalanca davanti questo paesaggio meraviglioso, una vallata pianeggiante, circondata da cime altissime e in parte imbiancate, il ruscelletto che scorre in mezzo, gruppi di conifere sparsi qui e là, qualche placida mucca al pascolo. Un senso di pace e di quiete incredibili.

Sembra uno scenario uscito da qualche bellissimo film. Un sogno.

Poi nei giorni successivi ci furono altri panorami bellissimi e altri luoghi magici ma quell’immagine ci rimase impressa, stampata nella memoria. Ad entrambi.

Lo scorso anno provammo a risalire con degli amici, a metà strada però ci siamo arresi, faceva molto caldo, bimbi troppo piccoli, partenza dal posto sbagliato e quindi strada troppo lunga, insomma, non ci arrivammo.

Quest’anno ci abbiamo riprovato, siamo partiti dal punto giusto (il parcheggio più vicino), siamo saliti piano piano, con pause ad ogni ruscelletto, abbiamo incoraggiato in ogni modo la PBF, siamo arrivati, ci siamo fermati in rifugio, abbiamo mangiato, abbiamo giocato con l’acqua, abbiamo scoperto una bellissima cascata, abbiamo fatto foto di insetti, e poi siamo ridiscesi con grande fatica perché, giustamente, gli scarponi da montagna sono rimasti nella casa in pianura (logico no?) però abbiamo ritrovato esattamente l’immagine che ci era rimasta impressa.

Questione di termini

Una soleggiata mattina di fine luglio la famiglia al completo si reca al municipio del nuovo comune di residenza per espletare tutte le formalità burocratiche del cambio di residenza.

Tutto rapido, veloce e senza difficoltà.

Il momento di perplessità sorge quando viene consegnato il kit per la raccolta differenziata, la sollecita impiegata comunale ci procura, ci porge e ci spiega l’uso di:

contenitore per l’umido, per il vetro, i sacchi per la plastica, i sacchi a rendere per la carta, per i metalli e per gli scarti vegetali, le indicazioni per gli olii esausti e in ultimo il “sacco nero”.

E ci porge un rotolo di sacchetti BIANCHI.

Sguardo perplesso tra me e il marito.

Momento di silenzio.

Io: “uhm..e questi?”

Impiegata (con tono sicuro): “Sì, come le dicevo, questo è il sacco nero.”

Io: “ehm…ma sono bianchi…”

Impiegata (con tono velatamente infastidito): “Sì, vabbè, sono bianchi ma noi li chiamiamo ‘sacco nero'”

Sguardo misto perplesso e ti-prego-non-metterti-a-ridere tra me e il marito.

Io: “…ho capito…”

Una volta usciti e finito lo sghignazzamento è nato un nuovo tormentone nel lessico famigliare.

“Guarda, un camion!” “Ma è una bicicletta!” “Sì vabbè, è una bicicletta ma noi la chiamiamo camion”

E via così…

migrazioni

Se la Pianura Padana voleva fare uno sforzo per convincerci della nostra scelta, ecco, ci sta riuscendo. In pieno.

Odio questo caldo. Odio il senso di appiccicaticcio sulla pelle appena si fa il minimo movimento, odio le zanzare, odio questo clima estivo che ti ruba per settimane e settimane la voglia di fare. Odio svegliarmi di notte con la maglia bagnata. Sarà l’avanzare dell’età, di anno in anno mi pesa di più.

L’unica cosa piacevole è svegliarsi la mattina prestissimo, andare pigramente sul terrazzo a bagnare le piante e respirare quei brevi momenti di illusoria frescura appena dopo l’alba. Sì, ok, ma poi quelle ore di sonno mancano.

Siamo così abili che anche questa volta riusciamo a traslocare in piena estate, in pieno caldo. E far scatoloni con il caldo non è piacevole, nemmeno per un po’.

Le tempistiche sono serratissime, a metà mese traslocano i miei e subito dopo noi. Prima ci sono ancora un po’ di lavoretti da organizzare nella futura casa dei miei, installare una doccia al posto della vasca, cambiare prese di corrente, allacciamenti, contratti. Lo so che per avere tutto perfetto per loro in modo che non abbiano disagi andrà a finire che noi saremo accampati per settimane.

Almeno lo saremo al fresco.

Capisco solo la rabbia

Tu non fumi, non puoi capire.

No maledizione, non capisco.
Vengo da una famiglia con madre e padre fumatori. Vengo da una famiglia con un nonno laringectomizzato nei primissimi anni ’60, non aveva ancora  sessant’anni.
Sì ma magari non a causa del fumo, certo. Uno che fumava tantissimo, che si è coltivato il tabacco sul davanzale e che in epoca di razionamento fumava qualsiasi cosa purché fosse arrotolabile dentro una sigaretta.
Facciamo che forse no, non è solo colpa del fumo. Ma facciamo che forse anche sì.
Uno che ha vissuto gli ultimi 25 anni della sua vita con un tracheostoma.
Uno che aveva pianificato di andare in pensione e poi viaggiare, fare passeggiate, le vacanze al mare, le nuotate.
E invece un cazzo.
Con una figlia che non ha fatto in tempo a vederlo morire, perché si è aggravato all’improvviso annegando nell’acqua accumulata nei polmoni. Perché alla fine pure lì c’era qualcosa. Non ma non è colpa del fumo. Mai fatto un lavoro a rischio, mai vissuto in luoghi inquinati.
Facciamo che forse anche sì, è colpa del fumo?

Non capisco, non capisco come, a fronte di tutto ciò, si possa provare soddisfazione inalando aria satura di tabacco.
Non capisco, non lo capirò e non faccio nemmeno il minimo sforzo per cercare di capirlo.

Mi faceva vomitare il momento in cui, dopo il pasto, i miei si accendevano la sigaretta soffiando aria azzurrina nella luce della lampada sopra il tavolo della cucina. Scappavo. Ma non stai mai qua con noi a chiacchierare un po’. No, non ci sto, mi fa schifo l’odore, voglio tenermi l’odore del cibo, non di questa merda.
Mi facevano vomitare i vestiti impregnati di puzza di fumo, avevo solo voglia di strapparmeli di dosso e scaraventarli in lavatrice. Dio che sollievo il divieto di fumare nei locali pubblici!
Sì, ma io non capisco, non posso capire.

Ahhh, che belle sensazione ti dà la sigaretta. Non le puoi capire.

No. Non le capisco.

Non capisco chi fuma in casa, la puzza di fumo che ricopre le pareti, non capisco la pelle ingrigita, non capisco la smania di dover accendere la sigaretta anche se chi ti è accanto ti palesa il suo fastidio, non capisco la frenesia della ricerca di un tabaccaio, non capisco la scorta di pacchetti in vacanza, non capisco la sconcia soddisfazione di aver comprato una stecca all’aeroporto raccontando al mondo quanto è costata e quanto hai risparmiato, non capisco il momento di attesa mentre si afferra l’accendino e si brama il primo respiro, non capisco lo sguardo di soddisfatta complicità della gente senza fiato dopo una rampa di scale mentre  proferisce sghignazzando finte invettive contro il fumo e le sigarette.
Non capisco questa cosa così forte che ti impedisce di guardare oltre l’incandescenza del rotolo di morte che ti invade la bocca, la gola, i polmoni e il cervello.

We learned more from a three minute record, baby…

Ieri ho accompagnato la figlia grande a prendere l’autobus, insieme al resto della squadra di nuoto sta per cinque giorni al mare a fare allenamento/vacanza.

Mentre la salutavo le ho fatto il gesto di telefonare, quello tipo dito dentro la rotella dei telefoni anni ’70. Quando ho visto lo sguardo perplessissimo della figlia, ho immediatamente convertito la mimica al classico gesto della telefonata, il gesto “pollice e mignolo” vicino all’orecchio.

Ha annuito con sguardo di una che ha capito. Tonta io, manco l’ha mai visto un telefono con la rotella…

Tempo fa girava in rete un’immagine di una matita e di una musicassetta con una scritta tipo “associazioni che i nostri figli non possono capire”.

No, non lo capiranno il momento di sconforto di quando il nastro si srotolava dalla musicassetta e bisognava riarrotolarcelo dentro, facendo roteare la cassetta sulla matita se era una cassetta di poco valore oppure sudando freddo e con mille cautele, invocando gli dei della plastica nella speranza che il nastro non  fosse irrimediabilmente rovinato nel caso di cassette particolarmente “preziose”. Una volta mi è capitato con una duplicazione alla non so quale potenza di un bootleg, momenti di autentico panico…

Nelle musicassette non c’erano i testi delle canzoni, ricordo ore di ascolto e rewind per cercare di estrapolare le parole dei testi. Tiravo fuori le parole, andavo da mia mamma a chiedere se la frase ricostruita avesse un senso e anche mia mamma con il suo inglese accademico a là Jane Austin mica c’azzeccava molto con l’accento stretto del New Jersey. Fino a quando, dopo l’uscita e il successone di “Born in the USA” andai alle Messaggerie Musicali e trovai il libro dei testi. Wow.

Per ricominciare, libro alla mano ad associare testo, musica e pronuncia.  Tutta roba che oggi si risolve con goo*gle e un click.

Parlando col marito, che ha qualche anno più di me, è una trafila che abbiamo condiviso, con altri cantanti e con altre musiche. Per quanto ci riguarda possiamo dire che per la lingua inglese vale

We learned more from a three minute record, baby, than we ever learned in school.

L’ansia evitabile e la fase brontola

Inevitabile che uno dei (tanti) punti che mi mettono ansia in tutta questa vicenda del trasferimento sia lo spostamento scolastico delle figlie.

(a monte ricordo che io ho l’ansia di default)

Ieri sera sono andata alla riunione informativa della nuova scuola media, pardon, secondaria di primo grado, che frequenterà l’INP.

Ho visto e sentito persone che mi sono piaciute, hanno raccontato cose che mi sono piaciute. Vero anche che io sono in modalità “entusiasmo a prescindere” per cui ci vuole poco. Ma nel caso di specie poco non era.

Oggi raccontavo tutte queste cose all’INP che invece era, in quel momento, nella modalità “qualsiasi cosa tu mi racconti a me comunque non piace”.

Non mi sono lasciata smontare, il marito e io le abbiamo raccontato della nostra scuola media, del fatto che noi manco ce lo sognavamo un corso di teatro, di pattinaggio su ghiaccio, di nuoto, di potenziamento di inglese o  le uscite in mountain bike e le gite di più giorni. Del fatto che le nostre scuole (entrambe) non avevano nemmeno una palestra degna di quel nome. Il marito faceva educazione fisica per strada, io in un cortile con l’asfalto sconnesso. Del fatto che le cose non è che devi trovarle tutte belle ed entusiasmanti per forza ma che avere la possibilità di provarle e di provarne molte è una grande opportunità. Del fatto che le opportunità non si devono sprecare perché non sai mai quando se ne presenta una nuova.

Di questo abbiamo parlato con la preadolescente. Con molta calma e anche scherzando un po’.

Al momento della buona notte la preadolescente semi addormentata mi ha detto:

“Mamma, adesso che mi è passata la fase brontola, il teatro e il pattinaggio su ghiaccio ho proprio voglia di farli, il giro in mountain bike lo farò ma non so mica se mi piacerà…”

Fase brontola: lessico famigliare per definire i momenti in cui “tutto è no”

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