Category: Cose mie (Page 1 of 23)

Sono mesi che…

Sono mesi che mi trascino l’idea di chiudere questo blog.

Un po’ perché la frequenza dei post ormai si misura in tempi geologici, un po’ perché ho sempre pensato che un blog è bello e divertente se ti senti libero di scrivere quello che vuoi, nel momento in cui inizi a pensare “ma poi lo legge tizio”, “ma poi chissà cosa ne dice caia” un blog è finito.

Un po’ perché non so mica se ho tutta questa voglia di raccontare i fatti miei al mondo, soprattutto ad una parte di mondo che nel frattempo ha scovato quest’angolo.

Poi però ho pensato che il fatto che i vicini mi guardino in giardino non mi impedisce minimamente di farmi i fatti miei, perché qui dovrebbe essere tanto diverso?

Nel tempo (e ormai è parecchio tempo) tramite questo blog ho conosciuto un sacco di gente, di storie, di cose che alla fine, mettendo tutto sulla bilancia il costo di tenere aperto questo blog (e non parlo di soldi) si ripaga, si è già ripagato.

Il freddo e la rabbia

Freddo, tanto freddo.
Cos’altro pensi di provare al funerale di un quattordicenne?

Rabbia, tanta rabbia per un gesto disperato ma anche incredibilmente egoista.
Dolore per chi rimane con un vuoto incomprensibile.

Tutto ciò ma soprattutto tanto freddo.

Che tu possa conservare tutta la tua forza, tu che ne hai tanta, e usarla per aiutare tutti a riprendere a vivere e a non cedere all’angoscia, per sostenere chi ti sta vicino, per continuare ad essere un riferimento per chi ne ha ancora più bisogno.

30 giugno 2003

Questo weblog è nato quel giorno. Due giorni dopo il concerto di Bruce Springsteen del 28 giugno 2003 a Milano, Stadio Meazza al quale andammo, il marito e io, dopo aver parcheggiato la figlia grande, che all’epoca aveva 2 anni, dai miei in montagna. Scappando alla chetichella durante la nanna post-prandiale del sabato e correndo a Milano a occupare i nostri posticini al primo anello.

A me sarebbe tanto piaciuto andare sul prato ma il marito, che è molto più assennato di me, preferì stare lì che “si vede meglio”. A posteriori, visto il diluvio che si scatenò durante il concerto no fu poi tanto male stare sul primo anello. Al coperto…

Però, porca l’oca, il fascino del prato…

Il 30 giugno 2003 scrissi questa cosa

Non c’ero…io a San Siro nel 1985 non c’ero. Avevo già il biglietto in mano, avevo già il passaggio per lo stadio, ero già d’accordo con gli amici. Poi fu il NO, assoluto, perentorio, indiscutibile NO, secco. Era l’anno del Heysel, era l’anno di Sheffield, era l’anno di tutte le tragedie possibili negli stadi. E non c’è stato verso di implorare che un concerto rock non è una partita di calcio, era la parola STADIO che non andava bene. Giurai che non avrei mai perdonato, avevo 16 anni. Non parlai con mia madre per due settimane, ripensandoci fu una cosa pure buffa. L’intransigenza dell’adolescenza.

Ecco, stamattina mi sono sentita di dover telefonare a mia madre per dirle che ieri sera Springsteen ha espressamente citato il concerto del 1985. Quello al quale IO non c’ero. Le ho detto che potrei decidere di non parlarle per altre due settimane, così, in nome dei vecchi tempi…

Una punta di dolore

Quella che mi viene ogni volta che incontro N., come stasera in coda alla pizzeria d’asporto.
N. è il fratello maggiore di G. con la quale ho passato i pomeriggi della mia infanzia, dopo la scuola, a giocare nel prato sottocasa, quello che ora è un parco. A giocare a tutto, pure a calcio coi maschi che N. era anche parecchio brava. A nascondino, a palle di neve, a figurine, ore sull’altalena, a esplorare la cantina del suo palazzo che era un po’ buia e poi nel condominio non volevano, per cui c’era ‘sto brivido…

G. era più piccola di me di un paio di anni ma come tutti i secondi figli era sveglia, io ero un po’ tontola per cui pari e patta. Inseparabili per anni.

Fino a quando ha iniziato le medie e ha conosciuto “gente nuova”, ha iniziato a frequentare gente che a me non piaceva, troppo grandi, troppo lucidalabbra, troppi discorsi noiosi, da grandi. L’ho detto che ero un po’ tontola?

Io poi ho iniziato a giocare a pallacanestro, ho cambiato scuola e avevo sempre meno tempo, lei ha continuato a frequentare gente che mi piaceva sempre di meno. Ci siamo perse di vista. Ci salutavamo cordialmente quando ci incontravamo, lo sguardo un po’ intristito perché, dai, un po’ ci mancavamo. Era il contorno che era cambiato e che non andava.

E l’ho vista tutta, la china. Dalle canne ai buchi, dai buchi ai modi per procurarseli. I luoghi, i modi. Li sapevo, li vedevo. E sempre ci salutavamo con un sorriso, lei sempre più magra, sempre più scavata, dentro e fuori.
Poi i casini con la legge, poi la sparizione. Disintossicazione, mi hanno detto.

Poi, durante la vita da universitaria pendolare ho conosciuto quella che poi è divenuta la moglie di N. e ogni tanto chiedevo notizie, mandavo un saluto.

Quante volte, quante maledette volte mi sono chiesta cosa avrei potuto fare. Come avrei potuto tentare di fermare tutto ciò.
Ma razionalmente, come puoi pensare a quattordici, quindici anni di avere i mezzi o di poter trovare modi o parole per fermare una cosa troppo più grande di te?

Ciò non toglie che ancora oggi, dopo venticinque anni, provo ogni volta questa punta di dolore.

di autoveicoli…

E a dispetto delle grandi dichiarazioni che “le macchine sono solo mezzi di trasporto” e bla bla bla, svuotando la C3 da tutta la rumenta accumulata in più stagioni mi è un po’ calata la lacrimuccia.

Un po’ perché è la prima macchina che ho scelto, al contrario delle precedenti che mi sono ritrovata perché costavano poco, erano un’occasione, il concessionario aveva la faccia simpatica, avevamo fretta ecc ecc. Oddio, avessimo avuto meno fretta l’avrei scelta di un altro colore però ho scelto il modello, ecco.

Un po’ perché viene rimpiazzata dalla macchina di mio papà e so cosa vuol dire per lui rimanere senza mezzo di trasporto, praticamente per la prima volta da quando aveva tre anni e triciclava nei giardini di viale Abruzzi. Non se la sente più, ammette di non avere più le reazioni pronte e non vuole essere un pericolo. Molto saggio se ci si pensa. Anche parecchio triste però.

Fino a questa mattina non ero molto ben disposta nei confronti della “macchina del nonno”, poi il meccanico di fiducia mi ha detto che sì, si può montare il sensore di parcheggio posteriore anche sulla “macchina del nonno”. Così diventa un po’ più simile alla “macchina della mamma” e la mamma è un po’ più contenta perché è uno di quei gadget ai quali, una volta abituati, si rinuncia davvero a fatica.

pasticceria

Sì, un bel post di pasticceria. Si parla di pasticceri, di ciambelle e di buchi delle.

L’ho aperto. Dopo mesi di indecisione e di tentennamenti mi sono decisa a seguire un tutorial e di aprirlo. Togli la batteria,  la ram, la scheda wifi,  l’hard disk, il coso dvd, svita un numero infinito di viti, ricordandoti di segnare da qualche parte da dove diavolo arrivano  e dove diavolo, presumibilmente, vanno rimesse.

Togli il coso di copertura dello switch board e togli la tastiera stacca tutti ‘sti cosi dalla scheda madre.

Stacca gli altoparlanti, i fili del wifi, del monitor, il coso di plastica di copertura, la copertura dove sta il touchpad, altri fili, altre viti.

E infine rimuovi il materassino di polvere dal dissipatore.

Praticamente una lezione di anatomia di un notebook per togliere due centimetri cubi di sporcizia.

Facendo le proporzioni per pulire casa dovrei scomporre mattone per mattone.

Poi rimonta tutto. Tutto tranne una vite che sa il diavolo da dove spunta.

Accendi. Buio. Buio nero.

Ok, rismonta tutto.

Si spana una vita. Fine del tentativo di smontaggio.

Poi ci ha pensato il padrone di casa nonché papà di tutti i pc casalinghi. (Che si è fatto anche una risata)

Ora sono tornati:

  • un mouse nuovo (carrino!)
  • il pc più silente del mondo (e sarà meglio che stia zitto dopo essere pure andato in gita) ma senza copertura del cassettino della ram (e cambiamo discorso, non parliamo di ram…)
  • una vite spanata a imperitura memoria
  • un bigliettino di garbato perculamento

Perché il pasticcere fa il pasticcere e le ciambelle o le fai col buco oppure lascia stare.  😀

è un po’ che non aggiorni il blog…

Sì è vero. Pensavo che fosse un fase in cui non ho molta voglia, poi ci ho pensato meglio e il punto è che spesso il blog è stato uno spazio tutto mio nei momenti in cui avevo bisogno di uno spazio tutto mio. Quei momenti in cui quello che fai o non è del tutto appagante e hai bisogno di una valvola di sfogo oppure ti serve rifugiarti in un angoletto virtuale dove poter scarabocchiare liberamente e in solitudine.

Poi l’anno scorso è successo quello che è successo, fondamentalmente non ho ancora capito se in 27 anni ho coltivato un’opinione così drammaticamente sbagliata su una persona oppure se questa persona è cambiata così tanto e di fatto non era più quella che io pensavo di conoscere. In una maniera o nell’altra un errore di valutazione devastante. Di quelli che ti fracassano l’autostima tanto che non hai voglia davvero di esternare ma solo di chiuderti in un angoletto buio, piangere un po’ e  farti un sacco di domande. Poi è successo il casino di mio papà che ha pensato bene di cadere in bici e farci prendere uno spaventone.

Insomma, tutta roba che ti toglie un po’ la voglia di pensare di scrivere su un weblog.

Quest’estate, mentre andavo avanti e indietro tra casa e ospedale nell’Oltrepò mi è però tornata la voglia di “vita attiva” e gira e rigira ho iniziato una cosa che forse, in futuro, con calma, potrebbe diventare un’attività professionale.

Nel frattempo ho concepito, progettato, cucito e venduto delle borse portatorte, dei portacellulari e delle borse da spesa facendo anche degli infruttuosi mercatini in fredde e piovose domeniche autunnali.

Ho fatto opere di trashware con la scuola dell’infanzia, ho costruito un piccolo sito internet per un micronido, sto partecipando alla progettazione di un sito più grosso per una onlus e mi accingo a crearne uno (spero molto bello) per un amico. Sto aiutando un altro amico a capire come lavorare meglio guadagnando possibilmente di più. Ho fatto fund-raising comprando e vendendo robe impensabili. Sono stata nominata responsabile amministrativo (pro bono, chevvipensavate) dopo aver rifatto un piano dei conti e adeguato uno schema di bilancio ad un mare di normative che prima mi sono ovviamente dovuta cercare e leggere. E ora, con calma, arriverà la revisione di un po’ di procedure perché va bene fare la scatola ma poi bisogna guardare pure cosa ci finisce dentro e come ci finisce…

Ho riallacciato contatti con compagne di classe che non vedevo da oltre vent’anni, ho fatto pagine facebook e ora sto leggendo la documentazione di artisteer. Per cui, prima o poi, metterò mano anche al theme di questo blog.

E a questo blog.

Perché un conto è non avere voglia di scrivere perché hai mille altre cose per la testa e un conto è non avere tempo di scrivere perché hai mille altre cose per le mani…

fermo immagine

Stamattina accompagnando la PBF a scuola c’è stato il solito rituale del pezzettino in cui lei cammina sul muretto. Come al solito le ho dato la mano.

PBF: “Mamma, quelli di sei anni se la cavano da soli…”

M: (che come al solito aveva la testa fra le nuvole e il pilota automatico per le risposte) “Sì, ne riparliamo quando hai sei anni…”

PBF: (ridendo)  “Ma mamma! Io ho già sei anni!”

Lei ha già sei anni. Lei. Ha. Già. Sei. Anni.

la grande metropoli

Sette anni. Sono sette anni che non vado nella grande metropoli coi mezzi pubblici. Sei e mezzo dai, giusto per essere precisi.
Cambiamenti? Innovazioni?

Uh, sì, un sacco. Il passante millenario ultimato (per modo di dire) con le linee S5 e S6 che passano da stazioni, pardon, fermate desertiche e desolate nella parte open air, faraoniche e comunque desertiche nella parte urbana e interrata. Nel complesso piuttosto brutte. Anche se lui, il passante, è comodo. Molto comodo.
Poi ci spiegheranno perché non si può usare un biglietto unico, magari a fasce chilometriche, come nel resto del mondo.
Poi ci spiegheranno perché col biglietto atm si può usare la tratta urbana del passante (senza obliterare che non ci sono le macchinette per i biglietti magnetici, almeno io non le ho viste) mentre col biglietto del passante non si può usare l’atm. Boh. Son misteri. Un altro millennio per svelarli.

Ah, i vagoni della linea uno con la climatizzazione per me sono una novità.

Sono settimane che ci penso. Cercare un lavoro, a Milano? Tornare nella “vita attiva”? Trovare un part time e tornare a fare il pendolare?

Ecco, pensandoci bene anche no.

tempismo

Leggo oggi questo post di ieri ma mai tempismo fu più appropriato.

Proprio stamattina sono esplosa per delle bazzeccole, un’incazzatura colossale di cui alla fine, hanno fatto le spese le figlie. L’INP sotto forma di un’uscita di casa in atmosfera nera mentre la PBF se n’è presa una dose in più. Altra megasfuriatona. Arrivata a scuola mi ero calmata abbastanza da guardare il mio soldo di cacio di bambina che faticava a trattenere il pianto, l’ho abbracciata e si sono rotte le cateratte.

Quando succedono questo cose *dopo* ti senti una merda. Ecco come ti senti.

Poi torni a casa, leggi quel post, e ti senti la più suprema di tutte le merde.

Page 1 of 23

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén