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Non fatelo e non fatevi incastrare

Lo scorso anno scolastico, pensando che fosse un buon modo per conoscere la nuova realtà scolastica, ho fatto la rappresentante dei genitori. E’ stato un grave errore per cui, quest’anno nemmeno legata, incatenata, zavorrata e coi piedi immersi nel cemento a presa rapida.
No way, proprio.
L’anno scolastico 2013/2014 è stato dichiarato ufficialmente “anno del disimpegno”. Beninteso che questo vale anche per tutti gli anni scolastici e accademici a venire fino al dottorato di ricerca, al master, a tutti i possibili corsi post-laurea e financo all’università della terza età di entrambe le figlie.

Perché NON bisogna farsi eleggere rappresentante di classe

Premessa:  l’unico ordine di scuole in cui la figura del rappresentante ha un minimo accenno di senso è la scuola dell’infanzia, a condizione che tu abbia tempo per:
– raccogliere i soldi per ogni santissima iniziativa che viene in mente alle insegnanti
– scapicollarti per acquistare e impacchettare i regali di Natale per la classe
– organizzare i vari social gatherings previsti (la pizza di fine anno, nella migliore delle ipotesi)
– altre attività varie a seconda della programmazione e delle idee del “corpo docente”
Va detto che, se tutto va bene e i rapporti con le insegnanti sono buoni, tutto ciò può anche essere divertente.

Dopo basta.

Uno dei motivi per cui ci si candida è “porre fine all’imbarazzante silenzio” che si stende sui partecipanti alla prima riunione dell’anno scolastico, alla fatidica domanda “ora parliamo dei rappresentanti, avete già deciso chi lo vuole fare?”.
Silenzio.di.tomba.
Sorrisini imbarazzati, gente che si guarda in giro, gente che fischietta.
Fino a quando qualcuno si rischiara la gola, tutti si girano e con sorriso a 1000 denti dicono “Ah, lo fai tu?”.

Ora.

Non c’è nulla di imbarazzante nel silenzio.
Hai pagato centinaia di euro per andare in vacanza in montagna per assaporare la quiete e il silenzio. Il silenzio è bello, è riposante, è piacevole.
Se ti infastidisce, ripassa le tabelline, osserva con attenzione le macchie sul banco al quale sei seduto, ce ne sono, oh se ce ne sono. Mettiti in grembo un lettore dvd portatile con il Decalogo di Kieślowski, un ebook reader con Guerra e Pace. Analizza con attenzione il complesso intreccio fra trama e ordito di quello che stai indossando e rifletti sulla triste condizione di vita dei bambini vietnamiti che l’hanno tessuto, così assumerai anche un’espressione impegnata e corrucciata.
Assumi un’espressione contrita, fingi di essere alla cerimonia rievocativa di tutte le vittime di tutte le guerre, da quelle puniche fino all’ultima lite di quartiere, così ti passa anche la tentazione di rischiararti la gola. Imbottisciti di Benagol prima della riunione.
Fai qualsiasi cosa ma non sentirti in dovere di interrompere il silenzio.

Ricorda.

Come rappresentante di classe passerai metà del tuo tempo a spiegare agli altri genitori che:
1. No, non puoi andare al colloquio con l’insegnante al posto loro, anche se non hanno tempo e lavorano a zilioni di km di distanza. Non.Puoi.
2. No, non chiederai appuntamento col professore di * (materia a caso) per lamentarti dei troppi compiti perché loro lo scorso fine settimana non sono potuti andare a sciare perché il figlio ha passato due giorni a farli. (Non lo farai anche perché tua figlia li ha fatti in mezz’ora)
3. No, caro genitore, tutte le tue questioni tue individuali (e di cui ti lamenti solo tu) che riguardano mensa, trasporto scolastico, pre-post scuola te le risolvi da solo.
4. No, non voglio davvero ascoltare le lamentazioni sui voti del tuo pargolo, sono questioni didattiche e individuali e te le risolvi TU con l’insegnante (e magari prima con tuo figlio…).

Gli insegnanti della scuola primaria considerano il rappresentante una misto fra manodopera gratuita e una rottura di scatole, gli insegnanti della scuola secondaria lo considerano solo una rottura di scatole.

Le riunioni di interclasse alla primaria sono sempre in orari scomoderrimi inoltre ti vengono comunicate una serie di informazioni (meta della gita, andamento della classe ecc) che tanto, quando sarà il momento, saranno completamente cambiate (lo scorso anno si è passati dal parco dei dinosauri al museo etnografico dell’agricoltura, per dire).
La parte aperta ai rappresentanti delle riunioni della scuola secondaria, oltre ad essere in orari scomoderrimi, ti scaraventa in una sorta di déjà vu dell’esame di maturità. Tu seduto con tutti gli insegnanti ad anfiteatro che ti dicono cose, durata media: 15′. Esci e hai la ridarella per mezzora.

Finite le riunioni stili diligentemente un resoconto, fai le fotocopie perché tanto l’indirizzo email te l’ha dato al massimo il 5% dei genitori e lo fai distribuire. Ricorda che nella vita ci sono delle certezze, il sorgere del sole, le maree, le fasi lunari, l’indelebilità delle macchie sulla tua felpa preferita, e nessuno legge i resoconti delle riunioni scolastiche. Fidati.
Te ne rendi conto quando, pochi giorni dopo incontri casualmente qualche genitore che ti chiederà esattamente le stesse cose che tu hai dettagliatamente spiegato nel resoconto.

Ricorda che per le questioni davvero serie di solito si fa prima a trovarsi tra genitori e decidere insieme una linea di azione e anche qui il rappresentante serve a poco, perché tanto mica si va a parlare, si scrive e quindi serve massa critica.
In quelle occasioni, improvvisamente, tutti avranno il tuo numero di telefono e il tuo indirizzo email perché tutti si aspettano che TU organizzi qualche cosa.

Insomma, aderisci anche tu all’anno del disimpegno! 😉

tiramolla

Facciamo un’alleanza. Ciccio, col cavolo, io con te non ci vengo. Noi con quegli altri non ci vogliamo stare. Quegli altri stanno lì e ridacchiano facendo finta di essere preoccupati. Vi prego alleatevi. NO! Sì dai… E invece NO!

Che palle.

Suvvia, cediamo tutti al Lato Oscuro e invochiamo il governo dei Sith. E non ci si pensa più.

enfin, et voilà le réfrigérateur

Non so perché mi è venuto in francese, manco lo so io, il francese. E’ il troppo caldo.

Alla fine,  addì sabato 4 agosto dell’anno del signore 2012 nel tardo pomeriggio ci è stato portato un frigorifero nuovo. Che ha dovuto rimanere spento per alcune ore perchè dopo uno spostamento va così. E’ un Ignis, dire che è bellissimo è una smaccata esagerazione. E’ simpatico, via.

Soprattutto funziona.

Il sabato sera ogni tanto andavo ad aprirlo e lo guardavo, vuoto e spento. Momenti di commozione autentica. La domenica mattina l’abbiamo acceso e imbottito di roba “da frigorifero”. Senza esagerare perché comunque è abbastanza piccino.

Al di là delle facezie e delle ovvietà ovvie come quella che su certi prodotti “chi più spende meno spende” ho imparato un po’ di robe sulla Legge 30 luglio 1998, n. 281 (“Disciplina dei diritti dei consumatori e degli utenti”) che se avete voglia ve la leggete tutta nel link (ma anche no).

In estrema sintesi, nel caso compriate un qualsivoglia aggeggio che si rivela non funzionante l’unico vostro interlocutore deve essere il venditore, and him only shalt thou talk to.

Quindi la cazzata di chiamare l’assistenza tecnica è stata, appunto, una cazzata. Malconsigliata, malfatta. Cazzata.

Lesson learned.

Cronaca surreale (ovvero Storia di un frigorifero) (ovvero Il pianeta delle scimmie urlatrici)

Dopo tutta una serie di riflessioni su come arredare il cucinotto della casa temporanea, il marito e io giungiamo alla conclusione che la cosa più semplice ed economica è trasferire il nostro frigorifero e il nostro forno costruendovi intorno una minicucina con qualche mobiletto e due pensili, possibilmente low cost.

Per questioni di tempo e di difficoltà logistiche scartiamo l’opzione Ikea e, addì 1 luglio ultimo scorso, andiamo al Mercatone Uno locale dove scopriamo che comprare tre mobiletti e due pensili, oltre al tempo di consegna lunghissimo, costa di più che comprare un’intera cucina di quelle in offerta. Abbandoniamo quindi l’idea di trasferire gli elettrodomestici e compriamo una cucina completa, low cost, molto low cost, diciamocelo. Ma tanto deve durare un anno, mica una vita.

Il giorno 10 luglio ci viene consegnata la cucina, i montatori attaccano il frigorifero e questo produce immediatamente dei rumori inquietanti, tipo centrifuga della lavatrice, per capirci. Mi dicono (caso non lo avessi capito da sola) che ciò non è normale e di chiamare subito l’assistenza tecnica.

Inizio quindi a scartabellare la documentazione del frigo e scopro che l’aggeggio è di una marca (mai sentita) riconducibile ad un produttore turco. Aggrottamento di sopracciglia.

Telefono al numero verde dove mi viene detto che il tecnico della zona mi avrebbe contattato entro pochi giorni. Siamo di mercoledì. Al venerdì, non avendo sentito nulla richiamo il numero verde, mi danno il numero del tecnico. Lo chiamo. Mi fa un cazziatone perché secondo lui la frazione indicata è in un altro comune rispetto a quello indicato da me (ha torto marcio ma amen) e poi a lui non risulta la via, in effetti dal call center gli è stato trasmesso un nome sbagliato ma con un minimo sforzo di fantasia e considerando che non stiamo parlando di New York e nemmeno di Los Angeles ci si poteva arrivare, giuro.

Vabbè, il tecnico mi dice che viene martedì, gli dico che martedì non posso (quel giorno starei traslocando casa dei miei) e allora mi dice venerdì, in tarda mattinata.

Venerdì in tarda mattinata ritelefono, mi dicono “ah sì, viene nel pomeriggio”. Gli rispondo più o meno “PomeriggioStoParDiCiufoli, si era detto mattinata, che sia mattinata”, mi rispondono che arriva alle 12. Alle 12.20 si presenta un veicolo dal quale scende quello che ad un primo sguardo mi sembra un tredicenne, mi faccio al volo delle domande silenziose ma poi, ad un esame più attento, il tizio si rivela essere una ragazza, massimo 25enne, mingherlina. Il tecnicOH WAIT, la tecnica.

Apro un inciso. Ora, io sono la prima promotrice delle pari opportunità, dell’eliminazione dei pregiudizi, dell’importanza dell’apporto femminile negli ambiti professionali tutti e senza distinzione. Ma, porcaloca, per estrarre un frigorifero da incasso dal suo alloggiamento e soprattutto per rimettercelo ci vuole una dose di forza che, scoccia dirlo, il gentil sesso difficilmente ha. Fine dell’inciso.

La tizia sale il casa con aria un po’ annoiata, mi chiede “quale sarebbe il problema di questo frigorifero?”, lo accende, fa un salto di un metro quando il frigo fa la sua imitazione della centrifuga (giuro, ho fatto fatica a non ridere) e mi dice “Questo frigo ha un problema”. Eh. Ma dai.

Scende a prendere gli attrezzi, estrae, non senza fatica, il frigo dalla sua sede, constata la morte del compressore, mi dice che il pezzo va ordinato e poi mi fa la domanda dell’anno: “Glielo rimetto al suo posto?” Ma no, ma figurati. Ho un cucinotto largo un metro e quaranta, sessanta centimetri sono occupati dai mobili, che fastidio vuoi che mi dia un frigorifero lasciato lì in mezzo. Anzi, se ci vuoi portare anche, che so, un paio di lavatrici che ti avanzano. Certo che lo rimetti al suo posto!

Alla fine, in due, ce l’abbiamo fatta. Mi assicura che l’ordine sarebbe partito nel pomeriggio e che nell’arco di 24/48 ore tutto si sarebbe risolto.

Io inizio a fare quattro conti e mi dico che martedì, al massimo mercoledì dovremmo essere a posto.

Mercoledì 25 luglio telefono per chiedere notizie, iniziano a raccontarmi fatti personali della persona addetta agli ordini e comunque nessuno sa nulla. Giovedì richiamo, la tizia degli ordini mi racconta un po’ di fatti suoi personali e mi dice che ha appena mandato l’ordine. Appena mandato???

Altra raffica di fatti personali e poi l’assicurazione che “al più tardi sabato il pezzo arriva e al più tardi lunedì risolviamo tutto”. Sabato mattina chiamo e del pezzo non ci sono notizie, gliene canto un po’, ormai sono davvero inviperita.

A quel punto chiamo il Mercatone Uno, parlo con la direttrice che fondamentalmente concorda con la mia teoria che un servizio di assistenza tecnica non deve dipendere dai fatti personali di uno dei dipendenti, mi dice che essendo sabato non può far molto ma che lunedì si sarebbe occupata della cosa.

E siamo a lunedì. Oggi. Nel primo pomeriggio richiamo l’assistenza, mi dicono che “forse il pezzo non è in magazzino, ora mando una mail di sollecito”. Ok, la tizia probabilmente ormai ce l’ha con me perché non sono abbastanza solidale con i suoi fatti personali, fatico a farle capire che non ce l’ho con lei ma con la sua organizzazione nella quale in sua assenza nessuno sa fare un ordine. Ma poi a me questi mi pagano per elargire consigli sull’organizzazione del loro lavoro? No, vero? E allora andassero al diavolo.

Nel frattempo mando una mail al produttore tramite il modulo sul sito, trovo il numero di telefono del produttore, chiamo, spiego, mi indicano due indirizzi mail a cui scrivere: uno del responsabile After Sales e uno del callcenter di TopNet Service, che sono coloro che dovrebbero coordinare l’assistenza.

Mando una mail ad entrambi, ventilando la possibilità di agire legalmente per la tutela dei miei diritti, la mail del callcenter mi torna indietro con l’avviso di assenza fino al 19 agosto (andiamo bene), il responsabile After Sales mi scrive che ha sollecitato “al titolare della Rete di Assistenza un veloce intervento”, spero solo che non l’abbia fatto tramite lo stesso indirizzo email dell’avviso assenza…

Richiamo il Mercatone Uno e mi dicono che “stanno gestendo la cosa tramite la loro sede centrale”, qualunque cosa voglia dire.

E intanto qui è dal 10 luglio che si è segnalato un malfunzionamento e dal 17 luglio, giorno del nostro trasloco, che si beve thè freddo caldo e acqua a temperatura ambiente. Con grandissimo beneficio del mio, già ricco, repertorio di parolacce.

Siamo al 30 luglio e ancora non c’è in vista una conclusione di questa vicenda.

Per vostra informazione, la marca del frigorifero in questione è Beko, avranno anche le “smart solutions” ma sarà meglio che si sforzino di farle funzionare perché l’assistenza tecnica di smart ha ben poco.

Finché questi hanno in ostaggio il compressore del mio frigorifero mi sforzerò di rimanere molto oggettiva e infatti oggettivamente ho esposto l’accaduto, poi da tutto ciò tiratevi fuori le conclusioni che meglio credete mentre leggete e rileggete questo post con calma, magari sorseggiando una birra fresca.

Voi che potete.

lessico famigliare altrui

Il lessico famigliare si chiama così, appunto perché parlato e compreso nel ristretto ambito famigliare. Si dovrebbe anche avere il buon senso e, talvolta, il buon gusto di non fargli varcare l’uscio di casa pretendendo di condividerlo forzosamente con coloro che “famiglia” non sono.
Il rischio minore è quello di usare delle locuzioni che non vengono comprese dall’ignaro interlocutore estraneo al nucleo famigliare, il rischio più grave, e ahimé, più probabile, è quello di coprirsi di ridicolo.

Quest’ultimo rischio è tanto maggiore tanto più lontano ci è l’interlocutore.

Figuriamoci quindi il vicino di casa al quale stiamo anche un po’ sulle balle.

Fatta questa dotta premessa, cara vicina di casa, se tu di fronte al cancello serrato mi guardi e mi chiedi se ho “l’aprino” io, come minimo, non sono tenuta a capire di cosa stai parlando.

Poi siccome brillo di intelligenza sopraffina ho capito perfettamente, cionondimeno, siccome un po’ sulle balle mi stai (ma ancora per poco), ho preferito puntualizzare con sopracciglio sollevato (il destro, per amor di precisione): “Intendi il telecomando, presumo…”

Capisco solo la rabbia

Tu non fumi, non puoi capire.

No maledizione, non capisco.
Vengo da una famiglia con madre e padre fumatori. Vengo da una famiglia con un nonno laringectomizzato nei primissimi anni ’60, non aveva ancora  sessant’anni.
Sì ma magari non a causa del fumo, certo. Uno che fumava tantissimo, che si è coltivato il tabacco sul davanzale e che in epoca di razionamento fumava qualsiasi cosa purché fosse arrotolabile dentro una sigaretta.
Facciamo che forse no, non è solo colpa del fumo. Ma facciamo che forse anche sì.
Uno che ha vissuto gli ultimi 25 anni della sua vita con un tracheostoma.
Uno che aveva pianificato di andare in pensione e poi viaggiare, fare passeggiate, le vacanze al mare, le nuotate.
E invece un cazzo.
Con una figlia che non ha fatto in tempo a vederlo morire, perché si è aggravato all’improvviso annegando nell’acqua accumulata nei polmoni. Perché alla fine pure lì c’era qualcosa. Non ma non è colpa del fumo. Mai fatto un lavoro a rischio, mai vissuto in luoghi inquinati.
Facciamo che forse anche sì, è colpa del fumo?

Non capisco, non capisco come, a fronte di tutto ciò, si possa provare soddisfazione inalando aria satura di tabacco.
Non capisco, non lo capirò e non faccio nemmeno il minimo sforzo per cercare di capirlo.

Mi faceva vomitare il momento in cui, dopo il pasto, i miei si accendevano la sigaretta soffiando aria azzurrina nella luce della lampada sopra il tavolo della cucina. Scappavo. Ma non stai mai qua con noi a chiacchierare un po’. No, non ci sto, mi fa schifo l’odore, voglio tenermi l’odore del cibo, non di questa merda.
Mi facevano vomitare i vestiti impregnati di puzza di fumo, avevo solo voglia di strapparmeli di dosso e scaraventarli in lavatrice. Dio che sollievo il divieto di fumare nei locali pubblici!
Sì, ma io non capisco, non posso capire.

Ahhh, che belle sensazione ti dà la sigaretta. Non le puoi capire.

No. Non le capisco.

Non capisco chi fuma in casa, la puzza di fumo che ricopre le pareti, non capisco la pelle ingrigita, non capisco la smania di dover accendere la sigaretta anche se chi ti è accanto ti palesa il suo fastidio, non capisco la frenesia della ricerca di un tabaccaio, non capisco la scorta di pacchetti in vacanza, non capisco la sconcia soddisfazione di aver comprato una stecca all’aeroporto raccontando al mondo quanto è costata e quanto hai risparmiato, non capisco il momento di attesa mentre si afferra l’accendino e si brama il primo respiro, non capisco lo sguardo di soddisfatta complicità della gente senza fiato dopo una rampa di scale mentre  proferisce sghignazzando finte invettive contro il fumo e le sigarette.
Non capisco questa cosa così forte che ti impedisce di guardare oltre l’incandescenza del rotolo di morte che ti invade la bocca, la gola, i polmoni e il cervello.

Stay relaxed

In tutti i contatti avuti finora con istituzioni, enti, uffici del comune in cui è collocato il PMA (Paesinino Mezzo Arrampicato) il messaggio che ci è arrivato forte e chiaro è “stay relaxed“.

Le nostre ansie da “c’è una scadenza?”, “entro quando?”, le nostre frette e le nostre frenesie cozzano inevitabilmente contro toni e sguardi di perplessa incomprensione e uno stile di vita molto più tranquillo e rilassato. Saranno i numeri perché il comune, alla fine, è grande un decimo del paesone dove viviamo ora, sarà l’aria, sarà la distanza dalla metropoli. Non lo so cosa sarà, però mi piace.

Saremo noi a dover fare lo sforzo di “defreneticizzarci”…

Cari signori della Fiat,

non contento della visita delirante presso il concessionario del paesone dello scorso settembre, il marito è poi andato di nuovo a vedere la Freemont. Un po’ più diffidente della volta precedente, anche perché nel frattempo qui si è scoperto che non avete fatto poi molto altro che cambiare etichetta ad una macchina Dodge…

Ma vabuò, c’avete pure ragione, ognuno fa quello che può, son tempi difficili, c’è la crisi, ha da passa’ ‘a nuttata e bla bla bla.

Comunque circa un mese fa è andato in un concessionario multimarche dove hanno un po’ schifato l’usato che aveva da proporre, ha lasciato il numero di cellulare che non si sa mai (le faremo sapere) e ha poi deciso di prendere tutt’altro.

Tre settimane dopo la visita telefona una tizia, presentandosi come Fiat e inizia a fare una  serie di domande intorno al tema “ma perché poi hai deciso di non comprare la Freemont?”. In mezzo alla telefonata è caduta la linea. Pochi giorni dopo, altra telefonata dello stesso tenore, troncata in fretta perché uno in orario lavorativo di un giorno feriale, c’avrebbe anche altro da fare che stare ore al telefono per fornire spiegazioni sul perché non ha comprato un prodotto.

A parte che al marito non risulta di aver firmato liberatorie per la divulgazione del suo numero di cellulare (ma questo lo chiariremo col concessionario…) le indagini di not-customer unsatisfaction io non le avevo mai viste. Non dopo tre settimane almeno. Magari una telefonata al massimo una settimana dopo la visita ci può anche stare.

Telefonare tre settimane dopo per chiedere opinioni, motivazioni ed estese valutazioni qui, a casa mia, si configura quasi come attività di consulenza. Che non forniamo gratis…

sputi e piatti?

Lo so che non è bello sputare nel piatto in cui si mangia (ancora), però ogni tanto gli sputi te li tirano proprio fuori a forza.

Nel corso del mese di novembre, guardano il sito della scuola (pubblica) che frequenterà l’INP, ho trovato la spiegazione di tutte le formalità per l’iscrizione, ho scaricato i moduli, li ho compilati e mi sono segnata sull’agenda il 24 gennaio, data della riunione informativa per la scuola secondaria di primo grado.

Sono andata alla riunione, ho sentito quello che volevo sentire, il giorno dopo ho consegnato i moduli e completato l’iscrizione. Tutto rapido, indolore e senza alcun intoppo.

Il venerdì 27 gennaio vengo informata (tramite diario) che il mercoledì successivo ci sarebbe stata la riunione informativa al paesone. Considerando che l’avviso viene letto il venerdì pomeriggio fanno ben 4 giorni di preavviso. Sconcerto? Niente affatto, nel circolo didattico che attualmente frequentano le figlie è un preavviso ampissimo. I rappresentanti di solito vengono informati delle riunioni del consiglio di circolo con 48 di preavviso. Quattro giorni sono quindi un’eternità.
Peccato che quel mercoledì si sono tenute anche le riunioni dell’interclasse. Stesso giorno, stesso orario.
Meno male che sono anni che si declama l’esistenza di un progetto “raccordo” il cui scopo è quello di coordinare i passaggi fra i vari ordini di scuole…

Degna conclusione?

Ma magari! Il fatto è che la conclusione è lontana…

Come potevamo noi sperare che data la massa di personaggi strampalati che ha lavorato intorno a questa casa la cosa si esaurisse nella fase iniziale?

Infatti no.

Arrivato il punto di mettere in vendita l’appartamento abbiamo optato per un’agente immobiliare che ci aveva fatto una buona impressione qualche mese prima, quando siamo andati con lei a vedere qualche immobile, quando ancora cercavamo un immobile nel paesone.

ERRORE 1.
Ora. Quando tutti ti dicono “vai in un’agenzia locale e mi raccomando, non affidarti ai franchising perché conoscono meno il territorio/c’è troppo turnover/hanno robe invendibili ecc” e tu SAI che hanno ragione perché effettivamente mediamente è così. E allora cosa fai? Ti rivolgi a questa persona perché ti è piaciuta ecc ecc. Un franchising.

ERRORE 2.
Quando dovete vendere un immobile MAI dico MAI e ripeto MAI affidarne la vendita in esclusiva. Poi potete pure scegliere di usare una sola agenzia però senza la malefica clausola dell’esclusiva.

“Esclusiva” tradotto in italiano significa che qualunque cosa accada, se l’immobile viene venduto l’agenzia percepisce la sua percentuale. Fa niente se il compratore l’avete trovato voi. I soldi loro li  prendono comunque.

Tradotto ancora meglio significa che quanto più voi avete bisogno di vendere tanto meno loro si sbattono perché partono dal presupposto che tanto vi sbattete voi. Geniale, no?

Ai primi due errori, siccome non bastavano, si è aggiunta la

CAZZATA GRAVE 1
Abbiamo affidato a questi signori un mandato che il marito sostiene essere trimestrale io invece ricordo quadrimestrale. Come mai tutta questa chiarezza? Semplice, abbiamo perso la nostra copia del contratto.

Non solo, siccome l’abbiamo persa non abbiamo ovviamente disdetto nei tempi previsti per cui si è rinnovato tacitamente per altri tre (o quattro, a seconda delle versioni) mesi. Geni pure noi.

Non solo.

Ai primi di ottobre la tizia dell’agenzia mi chiama e mi comunica che intende mostrare l’immobile ad un suo collega di un comune un po’ più in là. Ok, fisso l’appuntamento, vengono e la tizia mi comunica serafica che la “relazione” passa al suo collega perché lei chiude l’agenzia. Ovviamente mi mettono a conoscenza di ciò dopo che il famoso rinnovo tacito è già scattato. Che simpatiche canaglie, eh?

Ovviamente da allora non si è più fatto vivo nessuno, manco uno straccio di certificato energetico mi hanno chiesto e questo dà l’idea di quanto stiano pubblicizzando l’immobile. Zero.

Secondo i nostri calcoli, nella peggiore delle ipotesi il mandato scade a fine di questo mese e fino ad allora non mi muovo nemmeno io. La regina dei bradipi, ecco cosa sono.

Da tutto ciò si evince che: se appena appena avete tempo, voglia, un minimo di competenza e dovete vendere una casa provateci da soli. Se proprio dovete andare in un’agenzia sceglietene una antica, consolidata e localmente stranota. E in ogni caso non date mai, dico mai, il mandato in esclusiva.

Poi tanto farete tutti esattamente come noi, il contrario di tutto ciò.

Io però ve l’avevo detto.

 

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