Il giorno che Wikipedia non c’era…

C’era una volta un sito, graaaande, con tante informazioni ma tante davvero. Non proprio tutte però quasi, però siccome questo sito tutti lo potevano modificare le informazioni crescevano, di giorno in giorno, di ora in ora.

A questo sito tutti, ma proprio tutti, ogni tanto davano una sbirciata, spesso anche più di una sbirciata.

Spesso gli studenti ci venivano per scopiazzare materiale e poi spacciarlo per loro ricerche. Poi prendevano brutti voti perché il loro insegnante magari quelle cose che loro avevano copiate le aveva scritte lui, oppure le aveva lette da poco e si accorgeva che questi avevano copiato.

I giornalisti, quando dovevano scrivere qualcosa sbirciavano e copiavano pure loro, senza ovviamente dirlo a nessuno perché non sta mica bene copiare, un giornale non è mica come essere a scuola… A volte pure gli scrittori copiavano e poi vendevano i libri e ci guadagnavano dei soldi. Ma mica lo dicevano che un po’ avevano copiato, sai che figuraccia?

I professori universitari? Ah, anche loro, alcuni siccome sapevano che i loro studenti copiano venivano sul sito e correggevano un po’ di cose. Se proprio devono copiare almeno facciamo in modo che copino roba esatta, così dicevano.

Sul sito lavoravano, gratuitamente e nel loro tempo libero tante persone, ma tante davvero. A volte litigavano tantissimo tra di loro, perché se tante persone fanno una cosa in cui credono davvero poi capita che a volte litighino tanto, il più delle volte poi si mettevano d’accordo. A volte anche no. A volte molti di quelli che ci lavoravano si incazzavano un po’ perché tutti, tutti quelli “fuori dal sito” copiavano, perché il sito era sì fatto per diffondere quello che c’era dentro però, accidenti, almeno dillo che hai copiato da lì. Però amen. Alla fine lo scopo era che “tutti potessero sapere tutto”. E gratis.

Poi un giorno il sito ha scioperato, spiegando per benino perché (a dire il vero meglio ancora lo ha spiegato un blog) e dicendo, attenti, perché se passa questa legge poi il sito rischia davvero di non essere mai più come prima.

E tutti si sono resi conto di come, senza il sito, le cose non sono più le stesse. Tutti erano tristi e moltissimi si sono parecchio arrabbiati.

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Il marito e io a vedere automobili

Disclaimer: Io lo so che questo post è tutto sgrammaticato ma siccome a scriverlo mi veniva ancora la ridarella il post mi è venuto così. Facciamo che se volete, lo leggete, se non volete andate a leggere altro. Chevvidevodì.

Un assolato primo pomeriggio dell’estate ultima scorsa, trovandoci il marito e io nella situazione che non c’avevamo un cacchio di niente di meglio da fare, ci siamo recati presso il locale concessionario Fiat (voluntas tua, amen) per dare un’occhiata al novello veicolo uscito dalla casa torinese. Quella che io mi pensavo fosse un SUV e invece mi hanno edotto che è un altro-nome-inglese-a-caso (inventato probabilmente per giustificare l’assenza della trazione integrale di serie). Evabbé.

Parcheggiamo quindi il nostro veicolo di casa concorrente e ci avviciniamo all’ingresso della storica concessionaria del paesone. Storica perché nella vecchia sede io ci andavo da piccola quando mio papà aveva la 128 verde bottiglia, quella sulla quale io vomitavo l’anima appena uscita dal cancello di casa, e la portava dal meccanico dove le macchine le mettevano sopra una buca che poi il meccanico ci andava sotto (giacché all’epoca non ci avevano “il ponte”, invenzione giunta al paesone in epoche più recenti) e mi faceva impressione l’idea che prendessero male la mira e la macchina finisse mezza di sotto e quindi ci andavo volentieri perché ero curiosa e mi piaceva andare nei posti con mio papà e mi piaceva vedere i meccanici che si vedeva che nessuno gli diceva “non fare così e cosà che ti sporchi” però un po’ di paura ce l’avevo, ecco. Ma non divaghiamo, per favore.

Davanti all’ingresso della nuova sede, parcheggiata nell’area delle macchine da provare, pardon, nell’area test drive (che suona più figo) una Freemont di un bel rosso amaranto che al volo, come colore, conveniamo che ci piace un sacco a tutti e due. Entriamo e il tizio della concessionaria (d’ora in poi TDC) esce con noi e ci fa vedere il dentro, ci fa vedere il fuori, ci fa sedere, ci mostra sedili che appaiono e scompaiono, un bagagliaione groooooosso (che io già mi immagino dentro tutto il bagaglio dele vacanze e pure il cane che non abbiamo, ancora) e tutte le altre cose della macchina, rave e fave comprese.

Entriamo insieme e dopo averci chiesto tre volte se non abbiamo “nulla da dargli dentro”, guardando con aria concupiscente il veicolo di casa concorrente, ci fa accomodare e ci descrive motorizzazioni, cavalli e tutte quelle cose noiose lì che io intanto fingevo di ascoltare e guardavo gli arredi decidendo che somigliavano molto a quelli dell’Ikea ma poi guardando meglio si vedeva che era roba più cara. Finita questa constatazione essenziale gli chiedo se c’è il navigatore satellitare. Ci spiega che è meglio non averlo perché li rubano. Meglio averlo esterno. Certo, così si va in giro come negli anni 80 con il borsello con l’autoradio. Insomma, il navigatore se vuoi c’è però al concessionario del paesone è meglio se non lo vuoi perché se poi te lo rubano lui ti dice “te l’avevo detto, io”.

Poi gli chiediamo dei colori e gli diciamo che a noi rossa piace un sacco. “Non la fanno più” Maccome, è uscita l’altro ieri e già mi hai tolto un colore? E cosa me lo fai vedere a fare se poi non c’è? Insomma ci dice che il terremoto in Giappone ha fatto danno alla fabbrica del pigmento rosso e allora rossa non si può più fare. Mai più. Scherzo della Fiom, eh? Che io ho fatto la faccia un po’ scema mentre dentro di me mi chiedevo se il colore rosso lo fanno solo in Giappone e allora ho capito che se la Ferrari va un po’ lenta è perché gli hanno detto al pilota di stare attento che se rompe la macchina poi non gliene danno un’altra, non rossa almeno.

Allora chiediamo degli altri colori, ce li mostra e ci dice che il più bello è il grigio scuro. Che lui ce l’ha grigio scuro, grigio scuro è figo, grigio scuro is the new black, tutto il resto è bleah, stufa. Marito e io ci guardiamo e iniziano a passare messaggi non verbali tra di noi. Che TDC non lo sa ma marito e io ci abbiamo i messaggi non verbali. Uno di questi era “ti prego, non scoppiare a ridere”, per dire.

Passando ai sedili il marito chiede di che colore ci sono “Ah, no, solo neri”. E lì non ce l’ho fatta, gli ho detto “Ah, come la Ford T!” che ho visto il marito sobbalzare e però mi sono raccattata uno sguardo di incomprensione (o compatimento) dal TDC. Maccome, io ti faccio una citazione dottissima, storica e pure del settore e tu non sai di cosa parlo? Ma che tristezza!

Poi ci dice se la vogliamo provare, ci mette un po’ a trovare le chiavi, ce la fa provare. Soliti commenti di circostanza, ah che bel motore elastico, ah che ripresa, ah com’è comoda, e bla bla bla. Dottor Marchionne, detto fra di noi, il cassettino portaoggetti su ‘sto po’ po’ di macchina lo potevate pure fare più grandino, visto che ci devo ficcare le cartine geografiche di tutta Europa che al paesone non me la danno col navigatore. Così eh.

Rientriamo, ci chiede di nuovo se non gli diamo dentro niente. No cazzo, NO, leggi il labiale: enne o. Dopo ci porta dietro l’edificio per farci vedere altri colori e ci dice di nuovo che però tutti gli altri colori dopo un po’ stufano e grigio scuro è l’unico da prendere in considerazione, e poi pure lui ce l’ha grigia scura, per dire. Gli diciamo che vorremmo vederla anche color perla che sul catalogo sembra bellino.

(Dottor Marchionne, mi dica una roba in confidenza, ma per decidere i nomi dei colori c’avete un livello minimo di tasso alcolemico? Delle sostanze psicotrope apposta? Grigio viaggiatore? Nero indomito? Perla esploratore che pure è proprio sbagliato, al massimo esploratrice, no? Blu amletico? Che infatti sembra nero e passa il tempo a chiedersi ‘essere o non essere’…dai…)

Girando per la concessionaria (che è grandina assai) continua a parlar bene del grigio scuro, io aspettavo solo che dicesse anche che “si vede meno lo sporco” che poi gli rispondevo, indicando il piazzale, che “qui una volta era tutta campagna”, così il marito si sdraiava a ridere e la finivamo lì che non se ne poteva più. Insomma, arrivati sul piazzale vediamo che il perla in realtà è una specie di doratino popò di neonato. Nun se po’ vedé.

Ma soprattutto il piazzale era pieno-strapieno di Freemont grigioscure. Ma và???

Fatti i convenevoli del commiato, il marito e io usciamo da ‘sto delirio e appena usciti ci parte una stupidera come non se ne vedeva da anni. La ridarella da adolescenti scemi, proprio.

Dopo un po’ di ore il marito mi chiede: “Ma a te, dopo tutta ‘sta manfrina, ti è venuta voglia di comprarla quella macchina lì?”.
E io cosa gli dovevo dire? Che la macchina a me è piaciuta, però mi piaceva rossa.

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materie nuove

Contesto: Tornando dal supermercato, in macchina (as usual)

PBF: “Sai che oggi ho preso molto bene in una scheda?”
M: “Brava! Che scheda era?”
PBF: “Si dovevano disegnare degli animali seguendo delle indicazioni. Io li ho disegnati tutti bene tranne uno, la giraffa mi è venuta non tanto bene…”
M: “hmmmm…” (oh, guidavo..)
PBF: “Sì perché ‘nelle giraffe‘ io non sono tanto brava…”

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Una punta di dolore

Quella che mi viene ogni volta che incontro N., come stasera in coda alla pizzeria d’asporto.
N. è il fratello maggiore di G. con la quale ho passato i pomeriggi della mia infanzia, dopo la scuola, a giocare nel prato sottocasa, quello che ora è un parco. A giocare a tutto, pure a calcio coi maschi che N. era anche parecchio brava. A nascondino, a palle di neve, a figurine, ore sull’altalena, a esplorare la cantina del suo palazzo che era un po’ buia e poi nel condominio non volevano, per cui c’era ‘sto brivido…

G. era più piccola di me di un paio di anni ma come tutti i secondi figli era sveglia, io ero un po’ tontola per cui pari e patta. Inseparabili per anni.

Fino a quando ha iniziato le medie e ha conosciuto “gente nuova”, ha iniziato a frequentare gente che a me non piaceva, troppo grandi, troppo lucidalabbra, troppi discorsi noiosi, da grandi. L’ho detto che ero un po’ tontola?

Io poi ho iniziato a giocare a pallacanestro, ho cambiato scuola e avevo sempre meno tempo, lei ha continuato a frequentare gente che mi piaceva sempre di meno. Ci siamo perse di vista. Ci salutavamo cordialmente quando ci incontravamo, lo sguardo un po’ intristito perché, dai, un po’ ci mancavamo. Era il contorno che era cambiato e che non andava.

E l’ho vista tutta, la china. Dalle canne ai buchi, dai buchi ai modi per procurarseli. I luoghi, i modi. Li sapevo, li vedevo. E sempre ci salutavamo con un sorriso, lei sempre più magra, sempre più scavata, dentro e fuori.
Poi i casini con la legge, poi la sparizione. Disintossicazione, mi hanno detto.

Poi, durante la vita da universitaria pendolare ho conosciuto quella che poi è divenuta la moglie di N. e ogni tanto chiedevo notizie, mandavo un saluto.

Quante volte, quante maledette volte mi sono chiesta cosa avrei potuto fare. Come avrei potuto tentare di fermare tutto ciò.
Ma razionalmente, come puoi pensare a quattordici, quindici anni di avere i mezzi o di poter trovare modi o parole per fermare una cosa troppo più grande di te?

Ciò non toglie che ancora oggi, dopo venticinque anni, provo ogni volta questa punta di dolore.

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scuola, my 2 cents (ovvero, riflessioni alla rinfusa)

Riflessione uno

Tutti gli anni la stessa tiritera. L’INP ormai non me lo dice nemmeno più, la PBF, più inesperta, questa mattina mi ha fatto presente che tutti i suoi compagni di scuola hanno già i libri nuovi e lei no. Porella. Figlia di nessuno, lei.

Nel paesone ci sono 4 cartolai, due di questi da anni distribuiscono i libri scolastici *prima* della consegna delle famose cedole librarie. Gli altri due, giustamente, si rifiutano da un lato di sorbirsi il lavoro di prendere nota di chi ha dato e avuto che cosa e dall’altro di pigliarsi il rischio che poi la gente, una volta avuti i libri, non porti loro le cedole. La nostra cartolaia fa parte del secondo gruppo (e io sono d’accordo con lei) per cui ho spiegato alla PBF che i libri andremo a prenderli quando arriveranno le cedole. E provino solo le maestre a dire bah che pianto davvero un casino come non ne hanno mai visti :-D

Il punto è un altro.

Nel paesone ci sono due scuole primarie per un totale di circa 750 alunni. Il numero di bambini è noto e arcinoto da quando chiudono le iscrizioni. La data di inizio dell’anno scolastico è nota e arcinota dall’anno precedente. I libri di testo, anche alla primaria, sono gli stessi per un quinquennio. Le cedole sono stampate in carta semplice, non sono edite dal poligrafico di stato su pergamena filigranata. Devono essere firmate dal dirigente scolastico, non dal Papa e dal presconsmin in presenza congiunta.

E allora?

Sarà così difficile far avere ‘ste benedette cedole il primo giorno di scuola? Boh.

Riflessione due

Tutti a piangere per la mancanza di fondi, i pochi soldi, i materiali e pappapero pappappà.

L’anno scorso la PBF è tornata a casa con tonnellate di fotocopie, schede su schede. Tutte fatte a scuola. Ok, ogni genitore ha portato la sua brava risma di carta ma il toner? La manutenzione della fotocopiatrice? La corrente? Tutto gratis?

Ma soprattutto, con quattro libri di testo (al netto di religione e dell’eserciziario di inglese) è davvero indispensabile alla didattica tutto ‘sto profluvio di carta addizionale? Boh.

Riflessione tre

Lo scorso anno la PBF si è fatta male, sul suo dito (rotto) hanno messo una confezione di ghiaccio istantaneo, quelle usa e getta. Siccome sono una persona gentile e amodino ho pensato bene di rimborsare la scuola comprando una confezione di ghiaccio istantaneo, quando l’ho consegnata ho fatto (sommessamente) presente che esistono i ghiacci riutilizzabili, siccome a scuola il freezer c’è magari si poteva risparmiare qualche soldino… “Ah no, ma poi i bambini li rompono” Come li rompono? E tu, come qualsiasi altro materiale riutilizzabile, lo dai all’insegnante che farà la sacra cortesia di restituirlo una volta svolta la sua funzione, no? Boh…

 Riflessione quattro

La scuola dell’INP e della PBF (che poi è stata anche la mia) è un vecchio edificio di inizio secolo scorso (anni trenta credo). Due parallelepipedi messi ad angolo. Negli anni sono stati rifatti n volte i bagni, sono state aggiunte le scale di sicurezza (una per ala), sono stati cambiati i serramenti, sono stati messi a norma impianti è stato installato l’ascensore, è stata creata la mensa con tutte le menate normative correlate e bla bla bla. E ancora gocciola nelle aule perché il tetto è da rifare e in più tutto il seminterrato è spazio buttato perché metterlo a norme costa una follia. I soffitti sono altissimi e non voglio sapere nulla di cosa costa il riscaldamento. Le aule sono piccole, quella della PBF in particolare è davvero un buco. Le scale interne sono una delle principali fonti dei miei incubi, fanno davvero paura. Pianerottolo quadrato col buco in mezzo, per capirci.

La scuola non ha una palestra, fa i doppi turni in mensa e le quinte vanno a mangiare da un’altra parte perché proprio non ci stanno.

Insomma, in buona sostanza un edificio che, nonostante i numerosi rattoppi, fa cagare.

Sono anni e anni che si parla di costruire una scuola primaria nuova e risanare questo rudere archeoscolastico per spostarci la scuola media (sì, ok, primaria di secondo grado, whatever). A parte che della scuola nuova non si è più sentito parlare la parola risanare a me fa orrore. Altri soldi ficcati a metter toppe al rudere? Se li contiamo tutti, col totale se ne facevano 8 di scuole nuove. Boh.

Riflessione cinque

Abbiamo passato anni alla scuola dell’infanzia a portare, tra le altre cose, bicchieri di plastica e asciugamani di carta. Tutto rigorosamente usa e getta. Quando ho azzardato chiedere se non fosse più educativo far portare una tazza e un asciugamano per bambino si è scatenata la tempesta. E l’igiene? E la polvere? E il rischio che i bambini si scambino le tazze? E i virus? E i batteri? Nononono. E poi l’ASL non vuole. No no e ancora no. Punto.

Ok, però nelle due scuole materne paritarie quello fanno eh, ognuno ha il suo bicchiere e il suo asciugamanino nel suo armadietto col suo simbolino e bon. Bisognerà dire ai genitori delle paritarie quali rischi corrono, eh. Qualcuno avverta l’ASL. Vi prego, qualcuno salvi questi poveri bambini. Boh.

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vacanze? Finite…

Le vacanze sono finite. Quest’anno, per la prima volta da anni, siamo riusciti a stare via tre settimane, l’avremmo fatto lo scorso anno se non ci fosse stato di mezzo l’incidente di mio papà.

Comunque. Una settimana a zonzo per la Baviera con l’obiettivo finale di portare le bimbe, a sorpresa perché non ne sapevano nulla, al Playmobil Funpark, il parco tematico dei Playmobil che qui piacciono molto. Piacciono anche quelli che sono a casa dei miei e con i quali giocavo io da piccola (e che ho scoperto essere ormai pezzi da collezione!)

Molto carino, in pratica un immenso parco giochi tutto a tema. Scivoli, case sull’albero, percorsi a ostacoli, cosi per arrampicarsi, tanti giochi d’acqua, leghetti, ruscelli, fattoria a dimensione reale con animali playmobil a grandezza “reale”, ambiente far-west, castello dei cavalieri (con tanto di re e regina), arca di noè. Insomma un parco in cui per i bambini c’è un sacco da “fare”. E i genitori? Tantissime panchine (con molti ombrelloni) e un bel “Biergarten”, anche quello all’ombra. E se piove? Ah, poco male. Nel parco c’è un edificio enorme, il cosiddetto HOB-Center, dove per i grandi ci sono tavoli e sedie e per i bambini ci sono tante casette, ognuna dedicata ad un diverso “ambiente” Playmobil, dentro le quali si può giocare con l’intero assortimento. C’è persino un’addetta al riordino delle ceste di accessori…

All’ultimo piano dell’edificio c’è una galleria con un’esposizione che racconta un po’ la storia del marchio e con esposti tre grandi plastici allestiti con la ricreazione di alcuni ambienti, uno sul far west, uno con l’isola dei pirati (e fin qui sono tutte cose standard presenti nel catalogo) e uno con una ricostruzione meravigliosa di un teatro dell’opera: dal foyer alla platea, diverse file di palchi, la buca dell’orchestra e tutto il mondo dietro le quinte, dalla sala della danza, al parrucchiere, la sartoria e persino self service e toilette dei dipendenti. Il tutto è stato creato da una collezionista, considerando che nessuno di questi ambienti è presente in catalogo direi che ha fatto un lavoro davvero notevole (non oso pensare a quanto possa essere costato…). (qui alcune foto, anche se non rendono del tutto)

Insomma, a noi questo parco è un sacco piaciuto, le creature si sono divertite e per noi è stata una giornata molto rilassante.

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photoblog

Post tecnico. Ebbene sì, sentivate la mancanza di un mio post tecnico, vero? :-P

Sto sistemando un sito fotografico nato come mera galleria fotografica per farlo diventare una cosa un po’ più seria e professionale.

All’inizio era Coppermine, semplice, funzionale e con lo stesso fascino del muro di Berlino in un pomeriggio di novembre. Spippolandoci un po’ si riesce a farne qualcosa di graficamente un po’ più simpatico. Il muro di Berlino in un pomeriggio di maggio. Però piovoso.

Dopo un po’ di negoziazione riesco a convincere il titolare del dominio che si può provare con WordPress, scavo tra i vari template gratuiti per fotoblog e non trovo quello che “ci” serve. Alla fine faccio comperare Photocrati, un template premium che promette grandi cose.

In parte le fa (bello slider in homepage, gallerie ben customizzabili e più carine di quelle di NextGEN (che comunque abbiamo e usiamo), menu a cascata multilivello (con un terzo livello che è…”too cool for IE7″). Insomma, ci piace.

Non funziona tanto bene la funzione di e-commerce. Oddio, in parte magari sono io che non riesco a farla funzionare, in parte invece non fa cose che, per un template dedicato a fotografi darei per scontate come l’opzione per creare un file con le immagini acquistate e il link per il download.

Siccome, dopo ore di spippolamento, lettura documentazione, tentativi assurdi ecc in quel benedetto carrello continua a non apparire nulla ora s’è deciso (IO ho deciso) di provare con la plugin WP Simple Paypal Shopping cart che è la versione per poveretti (aggratisse) di quanto invece suggeriscono in questo articolo.

Insomma, se volete un fotoblog con il carrello della spesa leggetevi ‘sti link, se invece sapete o trovate cose che funzionano meglio fatemelo sapere!

Fine del post tecnico. :-)

 

 

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Zanzare

PBF: “Odio le zanzare! Mi pungono e poi devo continuare a prudirmi!”

(ndt: grattarmi)

PBF-vocabolario

Caricabatteria: la corrente passa lì dentro, poi dentro il filo e poi finisce nel DS!

 

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soluzioni…

Contesto: in macchina, appena dopo una sfuriata materna.

Come al solito i discorsi profondi e le domande difficili escono quando siamo in macchina, vai a capire perché…

PBF: “Mamma, ma è faticoso fare la mamma?”

M: “E’ molto bello però a volte sì, è faticoso…”
PBF: “Tipo quando ti facciamo arrabbiare e urli?”
M: “Sì, tipo…”
PBF: “Sai cosa faccio io quando sarò mamma?”
M: “No, cosa farai?”
PBF: “Vado in farmacia e mi compro una scorta enorme di caramelle per la gola, così sono a posto!”
M: “…”
PBF: “Hahahahaha!”

Ecco. Eggià. Che tonta, dieci anni che faccio ‘sto mestiere e non ci ho mica mai pensato…

Ma soprattutto…e questa mi prende pure in giro! :-P

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Noi non votiamo

Nel senso che non abitando nella Grande Metropoli non potremo andare nella “gabina” elettorale.

Però possiamo dire la nostra. Mio papà, milanese da svariate decine di generazioni, ha espresso così: “A mi el Pisapia me pias no ma la Moratti la g’ha d’andaà föra di ball.”

Ecco, in sintesi.

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